Undici anni dopo la morte del regista e undici giorni dopo quella di Rafael Azcona, suo complice di ben dodici avventure, si inaugura a Torino la mostra intitolata Marco Ferreri: il cinema e i film, che ricostruisce l’intera vita dell’autore attraverso i materiali fotografici del suo archivio donati al Museo Nazionale del Cinema dalla signora Jacqueline Ferreri e attraverso una ricca collezione di scatti del fotoreporter Fabian Cevallos.
La mostra rimarrà aperta fino al 2 giugno e sarà accompagnata per tutto il mese di aprile dalla rassegna completa dell’opera cinematografica di Ferreri che è iniziata ieri sera al cinema Massimo con la versione incensurata di Break-up / L’uomo dei cinque palloni (1965). Quella proiettata in 35mm e replicata sabato e domenica in 16 è una copia ricostruita e ristampata dalla Cineteca Nazionale della versione del film che avrebbe voluto il regista, con le cinque scene che la censura dell’epoca fece tagliare dopo che già il produttore Carlo Ponti aveva ostacolato l’uscita della pellicola facendone montare una versione di soli 25 minuti per il film a episodi Oggi, domani, dopodomani (1966).
Tale vicenda non fu il solo episodio in cui il regista ebbe a che fare con la censura nel corso di una carriera lunga e ostinatamente spesa a raccontare di film in film in modo sempre provocatorio le sofferenze e le assurdità di un mondo spesso disastrato. Di queste e altre vicissitudini vi sono senz’altro tracce nell’archivio che è in corso di inventario presso il museo torinese e che è composto di soggetti, dialoghi e sceneggiature originali in varie lingue, di alcuni dei premi ricevuti dal regista e di opere preziose come le tre già esposte da novembre in un “corner” permanente dell’Aula del Tempio della Mole.
Si tratta della scultura lignea di Mario Ceroli, una delle sue famose scale con un riconoscibilissimo Ferreri intento a salirla, del ritratto del regista realizzato da Silvio Pasotti nel 1975 e della grande tela che decorava l’appartamento di Christopher Lambert nel film I Love You (1986), opere che furono installate con pubblica cerimonia durante l’ultimo Torino Film Festival quando si festeggiò una prima volta l’acquisizione dell’Archivio Ferreri da parte del Museo, alla presenza anche di Michel Piccoli e della pellicola restaurata di Dillinger è morto (1968).
Oggi le fotografie dell’Archivio già digitalizzate a Torino e presto disponibili ai ricercatori di tutto il mondo sono circa 2.700 e i curatori dell’esposizione hanno selezionato alcune tra le più significative foto di scena presenti nella collezione, una trentina, che ripercorrono tutti i film firmati da Ferreri e sono visibili lungo la cancellata esterna della Mole Antonelliana. Oltre alla filmografia ferreriana le immagini ripercorrono anche una buona fetta della storia della fotografia di scena italiana che di mostra in mostra il museo torinese va riscoprendo: tra le firme si segnalano quelle di Bruno Bruni, Divo Cavicchioli, Angelo Frontoni, Angelo Pennoni, Claudio Patriarca, Gianfranco Salis…
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L’interno della Mole è invece dedicato delle 76 immagini firmate dall’ecuadoriano Fabian Cevallos, che non fu un vero e proprio fotografo di scena (“embedded” alla produzione del film) ma un fotoreporter indipendente su ben sette differenti set di Ferreri da Ciao maschio (1978), a Chiedo asilo (1979), Storie di ordinaria follia (1981), Storia di Piera (1983), Il futuro è donna (1984), Come sono buoni i bianchi (1988), a Diario di un vizio (1993).
Nel centro dell’Aula del tempio vi sono sette fotografie, una per film, e un montaggio di video che rievocano in loop le immagini di queste pellicole. Sulla rampa elicoidale si può poi seguire un particolare percorso fotografico, non cronologico, che le attraversa tutte.
Gli scatti di Fabian (come si faceva chiamare in Italia a inizio carriera) passano dal bianco e nero al colore e ritraggono molto spesso Ferreri sul set con i suoi attori, una complicità ben colta dal fotografo che da giovane entrò nel mondo del cinema come attore. Notato in Francia per la sua interpretazione di “Venerdì” in una versione televisiva del Rubinson Crusoe, Fabian venne in Italia chiamato da Lizzani per un western e fu poi per avere una parte in Sierra maestra (1969) di Ansano Giannarelli che un collega d’eccezione come l’argentino Fernando Birri lo convinse a calarsi nel ruolo del fotografo, proprio lui che era cresciuto in Ecuador pensando che la fotografia rubasse l’anima delle persone.
Cevallos, presente a Torino all’inaugurazione della mostra, ha raccontato come fu proprio preparandosi a questa parte secondo il metodo dell’Actors' Studio che riuscì a comprendere come il fotografo ha un importantissimo dovere di testimone rispetto agli eventi che si trova di fronte: da allora tra cronaca e cinema la sua carriera ha incontrato i set di maestri quali Visconti e Fellini per un totale di 176 film, le copertine di “Life”, “Paris-Match”, “Stern”, “Sunday Times” e molti tra i numerosi viaggi di Giovanni Paolo II.
L’omaggio torinese è completato da due pubblicazioni realizzate dal Museo Nazionale del Cinema: il catalogo Marco Ferreri. Testimonianze fotografiche di Fabian Cevallos, che raccoglie tutte le istantanee esposte in mostra, e il volume Marco Ferreri, a cura di Adriano Pintaldi, che ripercorre tutta la carriera del regista con una molta ampia selezione di immagini del suo archivio personale. Che speriamo sia presto disponibile in tutti i suoi diversi materiali.