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    Anna Magnani  di Emanuele Bigi       Le altre Intersezioni


Il 7 marzo Nannarella avrebbe compiuto cento anni. Anna Magnani, la nostra attrice più venerata a livello internazionale, insieme a Sophia Loren, nasceva a Roma nel 1908 e non ad Alessandria d’Egitto. La sua personalità, i capelli scuri, gli occhi neri e quella corsa disperata dietro il camion nazista che portava via il marito in Roma città aperta l’ha inscritta nella storia del cinema e nell’olimpo delle dive.

Ha dato corpo al Neorealismo mettendo in scena le passioni di un popolo desideroso di ricominciare a vivere dopo la guerra e incarnando la rinascita del cinema italiano. Verrà ricordata in tutta Italia attraverso trasmissioni televisive, convegni, proiezioni e iniziative editoriali; le Poste Italiane hanno emesso un francobollo speciale da 60 centesimi, mentre la Zecca dello Stato ha coniato una moneta da cinque euro in argento.

È il 1927 quando l’attrice romana debutta nella Compagnia drammatica di Dario Niccodemi ed è negli anni Trenta che si fa spazio nel repertorio leggero accanto agli attori più in voga dell’epoca. Il successo popolare arriva a metà degli anni ’40 con le riviste di Michele Galdieri (Quando meno te l’aspetti, Volumineide, Che ti sei messo in testa?, Con un palmo di naso) insieme ad un compagno di eguale grandezza, Totò.

Poi Nannarella inizia a prendere confidenza con il mezzo espressivo che l’avrebbe sdoganata, il cinema. La troviamo in La cieca di Sorrento (1934) di Nunzio Malasomma, Tempo massimo (1935) di Mario Mattoli, Quei due (1936) di Gennaro Righelli e in Teresa Venerdì (1941) di Vittorio De Sica. L’incontro con Roberto Rossellini segna la svolta, arriva il riconoscimento planetario sancito dalla scena più famosa del cinema italiano.

Seguono altre memorabili interpretazioni in Abbasso la ricchezza (1946) di Gennaro Righelli, in L’onorevole Angelina di Luigi Zampa, per cui ottenne il premio come migliore interprete all’VIII Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in Bellissima (1951) di Luchino Visconti e in La carrozza d’oro (1952) di Renoir.


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Nel 1955 vince l’Oscar con La rosa tatuata di Daniel Mann, ed è la prima volta che un’attrice italiana riceve il riconoscimento. Da quel momento ci saranno altri due film americani: Selvaggio è il vento (1959) di George Cukor e Pelle di serpente (1960) di Sidney Lumet insieme ad attori del calibro di Anthony Quinn e Marlon Brando. La consacrazione la porta a riscoprire il teatro con La lupa (1965) di Franco Zeffirelli e Medea (1966) di Giancarlo Menotti, mentre Mario Monicelli con Risate di Gioia (1960) recupera la coppia Magnani-Totò, tanto apprezzata durante il periodo della rivista. Due anni dopo, la memorabile interpretazione della protagonista in Mamma Roma di Pasolini, una delle più intense della sua carriera.

Ci saluta con un cammeo in Roma (1972) di Federico Fellini. Noi la salutiamo in questa circostanza, ma non ci stancheremo mai di farlo, un po’ come le immagini del suo volto, delle sue smorfie, dei suoi sguardi e del suo corpo magicamente indelebili.



08-03-08


   
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