Weekend torinese e sotto i riflettori per uno degli scrittori più appartati e singolari della nostra letteratura, Gianni Celati, il quale ha frequentato e frequenta con regolarità anche il cinema. Dopo una serata dedicata alla sua opera letteraria, Celati è stato invitato all’Università di Torino e nelle sale del Museo Nazionale del Cinema per presentare i suoi particolari film documentari, una manciata di titoli girati negli ultimi vent’anni con amici e collaboratori che sono sempre gli stessi e che lo hanno accompagnato anche in questa occasione: gli operatori Lamberto Borsetti e Paolo Muran, per cui Celati ha scritto anche La vita come viaggio (2007), e naturalmente il “torinese” Davide Ferrario, regista di due opere scritte con Celati come Sul 45° parallelo (1997) e Mondonuovo (2003), nel quale lo scrittore è anche il principale interprete alla ricerca dei luoghi della sua infanzia “dispersi nella bassa ferrarese”.
La ricerca letteraria e quella cinematografica di Celati s’intrecciano con poche discontinuità. Centrale in entrambi è la contemplazione del paesaggio, che svela la ristrettezza di ogni orizzonte e nel quale s’incontrano natura e cultura. E non è un caso che uno dei suoi ultimi e più fortunati volumi di racconti edito da Feltrinelli si intitoli Cinema naturale. L’altra costante è la composizione di una fitta trama di parole e suoni che accompagnano polifonicamente le immagini di tutti i suoi film, intrecciando le voci dei soggetti ripresi a quelle della stessa troupe. Come ha detto Celati stesso: “Uso le parole come un riempitivo di fondo, come dei rumori ambientali, come la batteria in certe composizioni musicali”.
Protetto dai suoi collaboratori lo scrittore-regista che da anni vive in Inghilterra mette subito le mani avanti alla prima occasione d’incontro col pubblico durante la diretta della trasmissione di Radio Tre “Hollywood Party”, anch’essa per tutta la settimana in trasferta torinese: “Quello di regista non è un mestiere che so fare e lo faccio sempre un po’ alla cieca. Così quando faccio il montaggio penso a mettere insieme le immagini come le frasi quando scrivo, che è l’unica cosa che so fare. È solo grazie all’affiatamento che mi lega ai miei compagni d’avventura che sono riuscito a realizzare qualche film. Sono un dilettante, e ci tengo anche un po’…” .
E il giorno dopo trovandosi di fronte il prof. Franco Prono del Dams e altri uditori in un’aula universitaria ci tiene a tornare sulle sue parole della sera prima anche se nessuno gli ha detto nulla al riguardo, almeno in pubblico: “Ieri dicendo in radio di essere un regista dilettante ho sentito subito di stare facendo la figura dello snob, ma non sono un professionista di niente! Un professionista è uno che cava da vivere dalle cose che fa, io per stare in piedi devo fare mille cose… Le mie col cinema sono piccole avventure.”
Com’è nato il suo rapporto col cinema?
È accaduto tutto per caso, non è stata una scelta. Nel 1989 il produttore Luca Buelli, che conoscevo dagli anni della sua università, mi propose di fare un film dal mio libro Verso la foce sulla traversata di una parte della pianura padana e poiché la Rai Tre di Guglielmi accettò di finanziare il progetto mi sono ritrovato a lavorare a questo film senza sapere nulla di montaggio né di riprese… Mi ci sono voluti cinque mesi di lavoro preparatorio per trovare un modo di “guardare le cose” esolo due anni dopo è nato Strada provinciale delle anime (1991): ancora oggi nel fare un film noi della mia piccola troupe passiamo un sacco di “tempo a spreco”, il che è impensabile nel sistema di produzione moderno dei film.
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Per questo fa così pochi film?
Alla ricerca di case che crollano (per il film del 2002 Visioni di case che crollano) ci sono andato per dieci anni. Ora c’è questo film africano su cui lavoro ormai da quattro anni e che ho girato in un piccolo villaggio del Senegal: al villaggio ho fatto recitare una commedia sulla ricchezza e sulla povertà e poi gliel’ho fatta vedere con grande successo ma non riesco a tradurlo in un film per l’Italia forse perché me l’ero troppo raccontato prima di farlo e ci sono troppo impliciti che uno spettatore qualsiasi non riuscirebbe mai a cogliere. Bisogna sempre esporsi a qualcosa che non si sa prima, a quel che ci cade casualmente sott’occhio, all’errore.
Solo così si scopre “come le cose vogliono essere viste”, per citare una frase celebre del fotografo Luigi Ghirri, omaggiato ne Il mondo di Luigi Ghirri (1999)…
Non dico che sia difficile guardare, ma ci vuole la testa, ci vuole un’applicazione, è diverso dal raccogliere documenti suoi luoghi, come per Cézanne che si perdeva a guardare il paesaggio in quel fantasticare che sta dietro a tutte le espressioni attraverso le quali, per fantasie, per sistemi immaginari, l’uomo traduce la realtà. Sono anch’io un “fantasticante”.
In un’intervista ha espresso l’ambizione di voler fare dei documentari “imprevedibili come i sogni”. A Torino è ancora in corso l’omaggio a Werner Herzog, uno che sembra pensarla allo stesso modo…
Basta ricordare l’inizio di Aguirre con quella lunga fila di gente sulla costa di una montagna e con la loro fatica che si vede che è vera. E Rossellini che filma la palude del Delta del Po dove non c’è niente, accettando questo piattume, un po’ come Jarmush in certe immagini di Dead Man. Ammiro da sempre Dziga Vertov e la corrente dei vertoviani, come Joris Ivens di cui ricordo Pioggia un documentario di venti minuti su diverse situazioni della pioggia che cade in una città. Anche in molti film di Tarkovski il paesaggio non è lì solo per fare da sfondo a una storia, come quei prati de Lo specchio dove si svolge la storia di una madre che però finisce quasi in secondo piano… questo e altri non sono solo film di finzione.
A parte Rossellini cosa pensa del cinema italiano?
Una volta la sua forza era nell’amicizia, nella collaborazione e nel sentire comune di un gruppo di persone straordinarie. Ho conosciuto Zavattini e mi sembrava uno strambo, parlava in continuazione passando da una cosa all’altra per interi pomeriggi, come un vulcano. Ma è da questo parlare che è nata in Italia la vera rivoluzione del cinema mondiale anti-hollywoodiano. Penso ai film di Visconti, Rossellini, Fellini che hanno sgretolato l’immagine dell’Italia codificata dal fascismo: la prima inquadratura di Ossessione di Visconti con Clara Calamai seduta a gambe larghe sul letto che canta “Fiorin Fiorello” smontava tutti i codici del cinema di quell’epoca. E cosa si può dire del Satyricon di Fellini? È un film di quale genere? È puro stupore e meraviglia, due parole giuste per dire quest’arte che è il cinema… La morale? Che la storiella di Mark Twain furbamente tirata in ballo da certi esponenti dell’opposizione al governo Prodi contro il mandato “esplorativo” a Marini - la teoria secondo la quale l’esploratore è solo colui che vede per la prima volta le sponde di un fiume che esistono e sono popolate di indigeni da millenni e non può quindi trovare proprio nulla di “nuovo” - è vera solo in parte o quanto meno non nell’arte, nella poesia, qualche volta nel cinema… dove c’è ancora qualcuno come Celati che prova insistentemente a cercare un dialogo con le cose “senza imporre al mondo la propria soggettività”.