Il Museo Nazionale del Cinema di Torino ha organizzato e ospita in questi giorni la manifestazione intitolata Segni Di Vita (a cura di Alberto Barbera, Stefano Boni e Grazia Paganelli), un articolato omaggio al regista Werner Herzog. Sono tanti gli sponsor, i luoghi, gli appuntamenti che tra il 16 gennaio e il 10 di febbraio vedranno protagonista Herzog e il suo cinema a Torino. Per quasi un mese nella sala del Museo si svolgerà la retrospettiva completa dei 52 film del regista, 35 dei quali ristampati per l’occasione con molti inediti in Italia, mentre alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo sarà visitabile una ricca mostra “multimediale” sulla sua vita e le sue opere.
Herzog è a Torino assieme alla moglie e il fratello fino al 19 gennaio per inaugurare la rassegna con l’anteprima italiana del suo ultimo film, Encounters at the End of the World (2007), e per altri due eventi particolari.
Si tratta del cine-concerto Requiem For A Dying Planet che alle 21.00 del 17 vedrà associate al Piccolo Regio la proiezione di immagini tratte da The White Diamond (2004) e The Wild Blue Yonder (2005) e l’esecuzione dal vivo del violoncellista olandese Ernst Reijseger (autore delle colonne sonore originali dei film), la voce del senegalese Mola Sylla e le polifonie del gruppo Concordu e Tenore de Orosei; e del laboratorio di due giorni, ospitato presso la“scuola di narrazioni” Holden, nel quale il regista parlerà del linguaggio, della forma e dell’anima del suo cinema a 25 giovani talenti nostrani selezionati da un concorso nazionale.
A corredo di tutti queste situazioni Il Castoro e il Museo del cinema hanno pubblicato una monografia omonima alla manifestazione firmata da Grazia Paganelli che contiene anche una lunga intervista inedita al regista, oltre ad alcuni suoi testi. L’omaggio torinese si è aperto sotto il segno dei festeggiamenti per i quarantacinque anni di carriera del regista, ma in realtà il suo primo esperimento cinematografico, visibile alla Sandretto, ha esattamente cinquant’anni: si chiama The Lost Western, è muto, e consiste in sei minuti di scazzottate in un finto saloon coi quali il sedicenne Herzog voleva dar ragione al suo amico Tommy Fisher che si credeva molto somigliante a Gary Cooper, ma più bravo come attore.
La bella mostra torinese raccoglie anche numerose foto di scena di piccole e grandi dimensioni, alcune delle quali realizzate dalla moglie Lena, una serie di sei montaggi di opere di Herzog costruiti su altrettanti nuclei tematici (la catastrofe, la fantascienza, il viaggio, l’estasi, il paesaggio, lo sguardo in macchina) e ben undici video inediti per l’Italia e non solo: oltre al primo corto del regista, l’autoritratto Portrait Werner Herzog (1986), diverse scene mai montate di White Diamond e Wild Blue Yonder, un’anteprima di 35 minuti di Requiem For A Dying Planet, venti minuti di sequenze inedite di Fitzcarraldo con Mick Jagger nella parte che fu poi di Klaus Kinski, il Werner Herzog Eats His Shoe (1980) di Les Blankche filma l’adempimento della scommessa fatta da Herzog con l’amico e collega Errol Morris (“se riesci davvero a fare il tuo primo film di cui tanto parli, mi mangio le mie scarpe”), il documentario codiretto dal figlio Rudolph e dedicato al calcio e all’allenatore Rudi Gutendorf e un montaggio delle interpretazioni del regista come attore.
E infine Herzog ha realizzato appositamente per Torino due video-letture in cui recita l’incipit e l’epilogo del suo diario sulla lavorazione di Fitzcarraldo, edito in Italia come La conquista dell’inutile, e la così detta “Dichiarazione del Minnesota” con cui nel 1999 si scagliò ironicamente contro il “cinema verità”. Anche durante l’incontro con i giornalisti organizzato ieri in apertura della rassegna Herzog è apparso molto disponibile a raccontarsi con ironia ma davvero commosso per l’accoglienza ricevuta.
“Ieri ho visitato la mostra per la prima volta e non mi aspettavo quello che ho visto: ne sono rimasto notevolmente stupito come se stessi incontrando qualcuno che conoscevo ma non del tutto. È la prima volta che nella mia vita viene fatto un lavoro di questo genere. Anche il concerto è un evento di cui sono stato già testimone e che vi assicuro è davvero molto speciale, compone la scrittura, le immagini, una musica che viene dalla Sardegna, dal Senegal e dall’Olanda: è qualcosa di improbabile in cui scoprirete un senso e una coerenza inaspettati. Come già capitato all’esposizione che il Museo di Torino ha dedicato a Kiarostami so che il Pompidou è già interessato a portare a Parigi anche questa mia retrospettiva.”
Sponsor
Sul suo cinema spesso sospeso tra finzione e documentario circolano innumerevoli leggende. Per esempio si dice che in Cuore di vetro ha fatto ipnotizzare tutto il cast… Sì, tutti gli attori di quel film recitavano sotto ipnosi perché volevo ottenere una stilizzazione dello stato sonnambulistico in cui si trovava la società di questo villaggio in trance collettiva nell’imminenza di una catastrofe. È facile lavorare così con gli attori. Ho poi esteso quest’esperienza mostrando anche il film a un pubblico sotto ipnosi, cui avevo chiesto di aprire gli occhi senza svegliarsi, e l’ho fatto per conoscere qualcosa di più dei meccanismi della “visione”. Ma ben presto ho interrotto questi esperimenti perché l’ipnosi non può essere praticata su persone che non si conoscono, può capitare che anche solo uno su diecimila abbia un episodio psicotico a seguito dello stato ipnotico, e può essere pericoloso.
Qual è il suo approccio al genere del documentario? In molti casi le cose che vediamo nei suoi lavori che sembrerebbero dei documentari non sono in realtà vere, come la città sommersa sotto il lago ghiacciato di Bells From the Deep… Non è mai tutto inventato nei miei film. La leggenda di quella città sommersa esiste in Russia, ed essendo sposato con una russa originaria dalla Siberia comprendo le profondità dell’anima russa e in Bells From the Deepho provato a raccontarle. Quella scena mostra l’autentica anima collettiva della Russia, i suoi sogni, le sue leggende. La parte inventata sono i pellegrini che strisciano sulla superficie ghiacciata del lago nella speranza di vedere un’immagine della città sotto il ghiaccio, ma la ragione essenziale per cui faccio film è il cercare col mio lavoro di portare lo spettatore vicino a una verità più intensa, a un’estasi della verità, e molti russi hanno trovato che quella sequenza e il film li descrivessero più profondamente di ogni altro visto prima.
Come definirebbe il rapporto tra l’inconscio individuale e quest’immaginario collettivo? Non mi piace guardare me stesso e preferisco che il mio inconscio rimanga tale. Credo che una delle catastrofi più grandi del XX secolo sia stata la psicoanalisi, che è una stupidaggine davvero pericolosa, ma in ogni caso esiste la “visione collettiva”: è come se in ognuno di noi ci fossero le stesse immagini, le stesse visioni che possono essere attivate, scoperte e raccontate dal cinema sullo schermo. Il mio esempio preferito è la Cappella Sistina dipinta da Michelangelo che ha reso visibile per tutti noi il pathos umano che esisteva da migliaia di anni, facendoci scoprire questa “visione collettiva” cui anche il cinema può avvicinarsi.
È questa la “trasparenza” che diceva di cercare in un’intervista realizzata da Wenders per Tokio Ga? Non ho mai visto il film, ma qualcosa mi ricordo. Probabilmente mi riferivo al mio tentativo di rendere trasparenti le cose nascoste dietro il sipario, lo schermo, il muro e come noi scegliamo di andare oltre o di girarvi attorno per scoprire cosa si nasconde al di là, cioè appunto quelle “visione collettive” di cui parlavo prima.
Lei dice spesso di non guardare molti film, ma quale cinema guarda, cosa la emoziona? È vero che non vedo molti film, forse cinque, sei, massimo dieci all’anno. Tra i film che mi hanno più commosso c’è per esempio Padre padrone dei Taviani perché sono cresciuto in modo molto simile al protagonista del film. La letteratura e la musica mi suscitano emozioni più profonde, come quando di recente ho letto le Georgiche di Virgilio: il suo concetto di essere davvero innamorato del mondo e di dimostrarlo dando per sempre un nome alle cose dell’agricoltura, alle pecore, ha influenzato profondamente Encounters at the End of the World. Amo anche molto la letteratura tedesca di Holderlin, Kleist e quella inglese dei racconti di Conrad o Bruce Chatwin…
Che tipo di regista si sente? Con gli anni il suo lavoro è molto cambiato, basti pensare all’uso che si fa oggi del digitale.. Ho difficoltà a vedermi come un artista. So che ci sono delle linee di divisione tra documentario e fiction ma non mi fanno sentire a mio agio. Io sono anche uno scrittore e forse i libri che ho scritto sopravvivranno ai miei film, e sono un attore, ho fatto da poco due nuovi film, Mister Lonely di Harmony Korine e The Grand di Zak Penn, ho allestito delle opere liriche e so anche cucinare. Per quanto riguarda il digitale ben vengano alcuni cambiamenti che ha portato, anche se resto un uomo di celluloide. Per esempio il digitale è uno strumento magnifico per creare sullo schermo qualsiasi cosa immaginiamo come i dinosauri, ma ha portato anche nuove forme di narrazione come i reality televisivi, Survivor, Ann Nicole Smith Show, Wrestlermania, il che non è poi tanto preoccupante perché sono migliaia di anni che l’uomo sviluppa il dono di raccontare storie che non verrà meno per la presenza di MTV. Questo unisce il pubblico e tanti film e registi me compreso. Io credo che tutti i miei film siano mainstream, anche se gran parte sono stati prodotti a margine della grande industria, per esempio un film come Aguirre dopo 36 anni sta diventando mainstream e molti altri realizzati in quegli anni sembrano oggi marginali.
È celebre una sua dichiarazione secondo cui il cinema è più una questione di atletica che di estetica… Questa mia dichiarazione è da prendere con le pinze. Ero tempestato dalle domande di giornalisti tedeschi su questioni ideologiche e accademismi che coi miei film non c’entrano nulla e per farli smettere gli ho detto che fare cinema è un esercizio non intellettuale ma più che altro fisico, il che è vero solo in parte sennò probabilmente Del Piero sarebbe un grandissimo cineasta per come sa leggere lo spazio e vi ci sa muovere anche senza palla, ed è con lo stesso atteggiamento atletico che bisognerebbe osservare e percorrere con sicurezza lo spazio del cinema. Naturalmente il migliore di tutti nel capire lo spazio è stato Franco Baresi.
Purtroppo da noi è ancora inedito il suo ultimo film di finzione, Rescue Dawn, ambientato nella fase iniziale della guerra del Vietnam. Com’è nato Encounters at the End of the World, e possiamo sperare di vederlo in sala dopo la proiezione di Torino? Speriamo, anche se oggi è ancora senza distributore, so solo che uscirà in alcune sale degli Stati Uniti e sarà poi trasmesso da Discovery Channel. Il film è nato dal fatto che sono rimasto affascinato da alcune immagine subacquee dello strano e sorprendente mondo che vive sotto la calotta antartica dell’Isola di Ross. Ho chiesto un permesso alla “National Science Foundation” e inaspettatamente mi hanno proprio invitato a partire e fare un film, da un giorno all’altro. Di solito sono molto sicuro di quel che voglio fare con un film, ma in questo caso l’Antartide era per me del tutto misterioso, non potevo fare sopralluoghi e ho creato tutto giorno per giorno. Chiunque avrebbe potuto fare lo stesso film che ho fatto io dal punto di vista tecnico, poiché l’abbiamo girato senza troupe, eravamo solo il mio direttore della fotografia e io, e il fatto di esserci riusciti me lo fa sentire ora molto vicino al cuore.
Nuovi progetti? È probabile che sorprenderò tutti facendo un film di finzione ambientato a Londra, Parigi e sui Pirenei (che dovrebbe essere ispirato alla vita di Lady Diana, ndr). In realtà avrei altri progetti uno dei quali ambientato in Birmania, che però ora è un paese molto complicato, e un documentario sulle lingue che stanno morendo e sulle ultime persone che le parlano in Cile, Nuova Guinea, Australia e nel Pacifico Sud Occidentale. Il progetto va al di là del film, è un imperativo culturale, più della scomparsa delle specie viventi, come racconto anche in Encounters at the End of the World. Nello spazio di una generazione il 90% delle lingue parlate sul nostro pianeta scompariranno senza lasciare documentazione e non dobbiamo arrivare al punto di avere solo una persona in grado di parlare italiano, no?