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    L’amore degli inizi al 25° Torino Film Festival  di Silvia Nugara       Le altre Intersezioni


Tra le principali novità di quest’ultima edizione del Torino Film Festival, la sezione L’amore degli inizi ha interpretato la tradizionale attenzione del TFF per il cinema giovane in modo nuovo, permettendo al pubblico di scoprire e rivedere le opere prime di cinque registi italiani del calibro di Francesco Rosi (La sfida), Paolo e Vittorio Taviani (Un uomo da bruciare fatto insieme a Valentino Orsini), Florestano Vancini (La lunga notte del ’43), Gianfranco De Bosio (Il terrorista) e Tinto Brass (Chi lavora è perduto). Dopo ogni proiezione ognuno dei registi invitati ha partecipato ad un incontro con il pubblico condotto dal direttore Nanni Moretti. E i cinque incontri sono stati un’occasione per ripercorrere attraverso i ricordi personali degli autori, alcune delle tappe fondamentali della storia del cinema italiano del boom economico.

Tutti i film presentati, infatti, risalgono ad un periodo circoscritto tra il 1958 e il 1963 e i giovani che allora decidevano di stare dietro la macchina da presa si inserivano in un vivace tessuto artistico in cui le esperienze a loro contemporanee di nouvelle vague francese, di free cinema britannico e di cinema novo brasiliano non potevano non dialogare con l’eredità fondativa del Neorealismo italiano. Come hanno sottolineato entrambi i fratelli Taviani, “la nostra generazione nasceva dal neorealismo ma desiderava intraprendere la strada del cinema in modo nuovo. Noi volevamo essere il cinema anno zero”. Quello con il neorealismo è perciò un rapporto complesso ma mai rinnegato per chi come i Taviani e De Bosio considera ancora oggi Paisà di Roberto Rossellini uno dei film più importanti della loro vita o per chi come Rosi esordì da aiuto regista di Luchino Visconti per La terra trema.

Prevalentemente pellicole di impegno civile, i cinque film intrattengono un rapporto di energico confronto con la realtà del presente o del passato italiano. Se Rosi racconta ne La sfida la storia del piccolo delinquente Vito Polara che sfida la camorra sospinto dalla sua ambizione, i Taviani e Orsini ripercorrono in Un uomo da bruciare la parabola di Salvatore Carnevale, oppositore della mafia. Di fascismo e Resistenza si occupano invece Il terrorista di Gianfranco De Bosio che mostra l’esperienza dei GAP a Venezia e La lunga notte del ’43 in cui Florestano Vancini parte da un racconto di Giorgio Bassani per ripercorrere quella notte del 15 dicembre (novembre nella realtà) in cui in undici furono fucilati dai fascisti in corso Roma a Ferrara. A modo suo Chi lavora è perduto di Tinto Brass, il più anarchico dei cinque anche dal punto di vista formale, esprime una visione se non esplicitamente impegnata, quanto meno contestataria nei confronti della realtà che gli valse i veti della commissione censura.


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Formatosi come aiuto regista del documentarista Joris Ivens, Brass esordisce con un film che è un lungo monologo filmato in cui il protagonista Bonifacio (Sady Rabbot) vive una serie di avventure. Benché non si tratti di un film erotico, esso ha già in nuce l’idea della sessualità come l’unica pulsione che vale la pena esplorare per capire gli uomini, e gli italiani. Il rapporto di confronto con la realtà del nostro paese si esprime anche visivamente, nell’attenzione che tutti e cinque i lavori mostrano per i paesaggi di campagna e città. Ogni territorio è riconoscibile e caratterizzato: i rioni di Napoli in Rosi, la Venezia di Brass e De Bosio, la Sicilia dei Taviani e la brumosa Ferrara di Vancini.

Nei cinque incontri torinese il racconto dell’Italia degli anni Sessanta si è fatto anche attraverso il ricordo di figure come Pier Paolo Pasolini che collaborò alla sceneggiatura de La lunga notte del ’43 e che fu cercato dai Taviani per recitare ne I sovversivi, ma poi rifiutò, di Marcello Mastroianni, Giorgio Strehler,  Marco Ferreri, Carmelo Bene. Ma il pensiero più ricorrente è stato quello per Gian Maria Volonté che quando ancora recitava solo in teatro esordì al cinema con il primo film dei Taviani. I due fratelli si decisero a chiamarlo per via del suo “corpo solido, ancorato alla terra” a cui rimproveravano però un carattere impossibile e una recitazione troppo teatrale. Ha ricordato Paolo: “Mentre giravamo una scena di Un uomo da bruciare vedemmo Gian Maria di spalle che camminava sui campi, e ricordo che gli dicemmo che a vederlo camminare si sentivano scricchiolare le assi del palco.” Nonostante ciò, proprio dopo aver visto questo film De Bosio chiamò Volonté per il ruolo principale ne Il terrorista ed ebbe con l’attore “un rapporto molto facile. Arrivava la mattina per girare già preparato e impaziente di cominciare”.

Anche Rosi ha ricordato come Volonté fosse un attore dotato di grande istinto ma puntigliosissimo che “annotava su un suo quaderno, a mano, tutte le battute di un film fin quando non le sapeva a memoria, e spesso sapeva anche quelle di tutti gli altri personaggi”. Aveva insomma “un suo metodo per preparare un film e bisognava capire subito che era il regista a dover entrare nel suo metodo e non viceversa”. Il regista napoletano ha inoltre sostenuto con particolare calore la necessità di utilizzare il cinema come strumento didattico nelle scuole, in particolare per quanto riguarda la storia del ’900 italiano: “Ma non solo la scuola dovrebbe fornire agli studenti i Dvd di tutti i nostri film, anche la televisione pubblica deve dare ai ragazzi i film del nostro dopoguerra nelle ore in cui possono vederli: non è possibile pensare che un adolescente di oggi non si commuoverebbe vedendo Ladri di biciclette che non capirebbe la complessità e la difficoltà del rapporti di questo padre col figlio…”

Il confermato direttore Nanni Moretti ha dichiarato che la sezione “L’amore degli inizi” ci sarà anche l’anno prossimo e già si gioca a pronosticare i prossimi esordi eccellenti che potremo scoprire e riscoprire al Festival di Torino…



02-12-07

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