Le cosiddette “residenze sabaude”, una quindicina e oltre di edifici dichiarati nel 1997 Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, sono sempre più “cinematografiche”. Dopo la presentazione del progetto “Palazzi di Celluloide” che si è svolta al Palazzo Reale di Torino nelle serate del 3 e del 10 ottobre e che consiste nel recupero e nel riordino di tutte le memorie delle residenze impresse su pellicola dal 1895 a oggi, è arrivato il turno di Venaria che almeno fino al 30 marzo 2008 propone un’intersezione cinematografica piuttosto originale, come ogni opera di Peter Greenaway.
Aperta al pubblico dal 13 ottobre, la Reggia di Venaria Reale è il nucleo di un complesso che comprende i Giardini, il Borgo Antico della cittadina, il Parco e il Castello de La Mandria. La decisione di creare tale residenza “di piacere e di caccia” per la corte sabauda si deve al duca Carlo Emanuele II che avviò a metà del Seicento dei lavori più volte ripresi, modificati e interrotti tra guerre, invasioni, incendi e mutamenti del gusto dei successivi Savoia o dei loro architetti: Michelangelo Garove prima, il messinese Juvarra e Benedetto Alfieri (zio di Vittorio) dopo esser divenuti Re.
La storia recente della Reggia è però fatta di decenni di abbandono cui si decise di mettere fine nel 1996 in seguito a una leggendaria visita notturna dell’onorevole Fassino e dell’allora Ministro Veltroni: sarà un caso la prossimità della riapertura con le elezioni del Partito Democratico? Fatto sta che la Reggia ritrova oggi l’atmosfera del XVII secolo anche grazie a uno dei massimi appassionati mondiali della storia e dell’arte di quel periodo. Peter Greenaway non è certo un esordiente per quanto riguarda le installazioni cine-artistiche né a Torino né nel nostro paese, ma ci risulta sia questa la prima occasione, almeno in Italia, in cui si misura con lo spazio e lo specifico di un simile particolare museo.
In altre occasioni le sue creazioni interagivano maggiormente con la città e l’architettura, come nella Cosmologiavisivo-decorativa messa in atto nella Piazza del Popolo di Roma nel 1996, e come nel suo esperimento più interessante, le Sei storie per Bologna datate 2002. In quel caso numerose immagini pittoriche in movimento interagivano sulle facciate di un palazzo con molte scritte e un variegato sonoro. A Venaria si sono viste sì una serie di immagini e luci proiettate (la sera) sulla facciata principale della Reggia, ma il lavoro del regista è tutto da scoprire all’interno.
Il percorso espositivo della mostra La Reggia di Venaria e i Savoia. Arte, magnificenza e storia di una corte europeapresenta al pubblico lungo tutti e due i piani del complesso 450 opere d’arte provenienti da una quarantina di musei internazionali e da numerose altre dimore sabaude dove gli arredi originali della Venaria erano stati trasferiti o trafugati negli anni. La mostra è suddivisa in diciotto sezioni tra le quali si inserisce, in cinque diversi spazi, l’allestimento di Greenaway che s’intitolaRipopolare la Reggia ma anche 100 Archetips to Represent the Court come il volume edito da Volumina che li presenta fotograficamente. Il cinema entra quindi nel museo, luogo chiave di tutte le ossessioni catalogatorie del regista massimo interprete della "forma database", ma vale anche molto il contrario.
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La prima stazione della mostra coincide con la prima video-installazione: sei schermi che circondano il visitatore per un loop di 12 minuti, nei quali si alternano dieci personaggi del 1670, veri cortigiani, ma soprattutto archetipi di tutti i cortigiani possibili. Dietro al trucco e sotto le parrucche riconosciamo tra gli altri Ornella Muti, Alessandro Haber, Remo Girone, Ennio Fantastichini e Giuseppe Battiston, che ritroviamo nella seconda tappa multimediale, quella delle cucine. L’attore interpreta infatti il capo cuoco in uno spazio angusto ma ricolmo di schermi semitrasparenti dove si moltiplica e si rifrange l’immagine sua e del suo esercito di sottoposti che compaiono a presentarsi quasi sempre uno ad uno. In una stanzetta adiacente che forse era una ghiacciaia è invece emarginata la “alcolizzata”.
Più interessante, una volta saliti al piano superiore, il gioco che Greenaway ha imbastito negli appartamenti privati del duca e della duchessa dove i ritratti di 37 dame dialogano e in molti casi spettegolano da altrettanti quadretti proiettati sulle pareti di quattro diverse stanze, accanto a molte riproduzioni di quadri veri, la cui iconografia è chiaramente ripresa dai filmati. Nella camera da letto dei padroni del palazzo ci si riscopre poi sfacciatamente voyeurs, costretti dall’esposizione al bordo del giaciglio che poi sarà reale sulla cui superficie riposano e si abbracciano nel sogno le immagini proiettate dei due duchi.
Nel nucleo seicentesco del palazzo troviamo invece la quarta tappa cinematografica, quella della Caccia che è rimessa in scena, con molte parole e poca azione, su tre pareti e sul soffitto della Stanza dei Trofei. La notte e il giorno si alternano insieme ad interminabili aneddoti su cervi e cavalli, che gli organizzatori della mostra giurano essere in gran parte storie che nella Reggia si raccontavano davvero nel XVII secolo. Superato la sempre stupefacente Galleria di Diana l’opera di Greenaway si completa di altre tre stanze dove il visitatore è circondato da video proiettati su pannelli montati ad ogni parete con qualche sforamento sui tendaggi: Luciana Littizzetto, Ugo Nespolo, Piero Chiambretti e altri attori e piemontesi “illustri” mettono in scena i principali riti della corte: la festa, la processione, la musica.
A conti fatti con circa un milione di euro di budget Greenaway ha utilizzato 165 attori italiani (100 caratteri più le comparse) facendo recitare loro davanti a una camera fissa un breve numero di frasi a testa poi proiettate più su schermi che sulle decorazioni vere e proprie degli ambienti. Chi si aspettava qualche barocchismo in più potrà rimeditare sulla sempre minimale purezza stilistica del regista che il barocco tanto ama. Quel che forse manca è una qualche interazione tra lo spettatore e le immagini, che magari c’è ma non è in alcun modo esibita. Se il mega progetto di restauro del complesso ha richiesto un investimento finanziario di oltre 200 milioni di euro le previsioni di bilancio parlano di almeno nove milioni l’anno per la manutenzione. Vedremo se i video di Greenaway rimarranno alla Reggia oltre il 30 marzo, come probabilmente meriterebbero, non avendo peraltro senso in nessun altro luogo del mondo.