È stata appena inaugurata a Torino la manifestazione Lucidità inquieta. Il cinema di Elio Petri con la quale il Museo Nazionale del Cinema ricorda il regista scomparso venticinque anni fa a soli cinquantatré anni. In tale occasione si celebra anche il passaggio al museo di tutti i materiali dell’archivio di Petri, una donazione fortemente voluta dalla vedova Paola Pegoraro Petri, che ha anche curato con Roberta Basano la mostra fotografica attualmente allestita dentro e fuori la Mole Antonelliana, sede del museo. L’esposizione è visitabile fino al 4 novembre e comprende 90 immagini fotografiche emblematiche di tutti i set del regista. Nel catalogo pubblicato in occasione dell’evento vi sono però oltre trenta pagine di documenti inediti, lettere e appunti che testimoniano la ricchezza della collezione appena trasferitasi a Torino. Al vicino cinema Massimo saranno invece proiettate fino al 24 settembre quasi tutte le sue pellicole, di molte delle quali il Museo ha già annunciato di voler intraprendere il necessario restauro.
Inquieto ma lucido o lucido e per ciò inquieto Elio Petri è una figura di autore sostanzialmente unica e in gran parte rimossa nel nostro cinema. L’opportunità offerta dall’omaggio torinese è proprio quella di ripensare, e rivedere, l’opera di un regista che si è sempre posto il problema di “che cosa” raccontare assieme a quello del “come” farlo, non ignorando mai il pubblico cui le proprie opere erano indirizzate. Tale convinzione e le sue prese di posizione che dopo l’abbandono del PCI in seguito ai fatti di Ungheria lo porteranno a criticare apertamente la “Societè du Spectacle” anticipando diversi altri intellettuali (e politici) italiani, hanno fatto sì che la nostra critica reagisse aspramente alle sue ultime opere, mettendone poi da parte il ricordo per molti anni.
Per ripercorrere quindi la parabola di Petri a beneficio dei più giovani bisogna ricordare come la sua prima occupazione fu quella di giornalista, che si occupava non solo di cinema per l’Unità di Roma. Quando nel gennaio del 1951 la scala di una palazzina di via Savoia crollò sotto il peso delle centinaia di ragazze che erano in coda per un posto di dattilografa, il giovane cronista compì una minuziosa inchiesta sulle vite e le speranze delle signorine dell’epoca che finì per essere la solida base della sceneggiatura di Roma ore 11 (1952), firmata poi da Cesare Zavattini e dal regista Giuseppe De Santis reduce da film importanti come Riso amaro (1949) e Non c'è pace tra gli ulivi (1950).
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Non è un caso che all’inaugurazione della rassegna torinese fosse presente anche la vedova di questo grande regista e amico di Petri, il quale riuscì poi a pubblicare la sua inchiesta col medesimo titolo del film per le edizioni de l’Avanti nel 1956. Il libro è stato ristampato due anni fa da Sellerio e messo in scena quest’anno in uno spettacolo tutto al femminile diretto da Manuela Mandracchia, Alvia Reale, Sandra Toffolatti e Mariangeles Torres che sarà riproposto al Teatro Gobetti di Torino domenica 16 settembre alle 20.45.
Solo dieci anni dopo i suoi primi passi nel cinema Petri poté esordire nella regia di un lungometraggio con L’assassino (1961), film che registra il primo incontro con alcuni interpreti poi compagni di molte altre avventure, Salvo Randone e Marcello Mastroianni, e che godette tra l’altro della collaborazione in qualità di aiuto (e di comparsa) di un altro amico, Giuliano Montaldo di lì a poco chiamato a dirigere il suo esordio, Tiro al piccione (1962). Si sono così evocati in poche righe diversi nomi di quel gruppo di sodali che Petri coinvolse spesso nei suoi progetti, cui va aggiunto senz’altro il nome del suo altro alter-ego preferito, Gian Maria Volonté, incontrato per A ciascuno il suo (1967) e protagonista memorabile del film premio Oscar Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) e della Palma d’oro La classe operaia va in paradiso (1971).
L’omaggio torinese dà quindi a molti l’occasione di rivedere tutte queste pellicole e di riscoprire anche gli ultimi interpreti favoriti del regista come Ugo Tognazzi (per la cui rivista di cucina Petri scriveva anche delle gustose critiche cinematografiche) e Giancarlo Giannini. Per conoscere invece meglio la carriera ma anche il privato e tutti gli amori di Petri, appassionato di jazz e di arte, non bisogna perdersi altre due cose: il documentario di Federico Bacci, Nicola Guarnirei e Stefano Leone intitolato Elio Petri. Appunti su un autore (2005), presentato al festival di Venezia due anni fa, uscito in libreria in un cofanetto Feltrinelli con alcuni inediti del regista, e riproiettato a Torino martedì 18, alle 18.45; e il volume Elio Petri. Scritti di cinema e di vita edito quest’anno da Bulzoni e firmato da Jean Gili, il critico francese più esperto del nostro cinema.
Il Museo torinese ha anche annunciato di stare lavorando in queste settimane a diverse altre acquisizioni: si parla dei due grandi archivi di Marco Ferreri e dello sceneggiatore Bernardino Zapponi, donati dalle vedove Jacqueline e Françoise, e del particolare lascito del musicologo SergioSablich collezionista e studioso di Ingmar Bergman sul quale aveva avviato da anni la scrittura di una monografia critica, interrotta alla sua morte nel 2005. E poi sta per arrivare nella capitale sabauda anche Werner Herzog, ma questo progetto, di cui si parla da tempo, dev’essere ancora confermato…