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    Carmelo, Dante e i morti di Bologna  di Giancarlo Mancini       Le altre Intersezioni


La Lectura Dantis di Carmelo Bene fu uno dei più stupefacenti eventi di massa delle nostre estati, torride ma non ancora pullulanti di banchetti e sudaticci assembramenti come oggi si conviene ai tre mesi di calura e giovanilismo notturno perno dell’I care veltroniano. Era il 31 luglio 1981, dalla Torre degli Asinelli di Bologna il grande attore talentino declamò, incarnò, resuscitò dei versi ed un popolo ferito a morte un anno dopo l’orrenda strage alla Stazione ferroviaria. Di quella notte indimenticabile per i centomila presenti riemerge ora anche un filmato amatoriale realizzato da Angela Tomasini con alcuni amici del Dams, pubblicato da Marsilio assieme ad un libretto curato dall’organizzatore Rino Maenza.

Leggere un poeta laureato in pubblico allora non era mai stato fatto, erano ancora di là da venire i Benigni in tenda da circo ed i Gassman in cofanetto, i più quando ripensavano al nostro Pantheon rabbrividivano. Ma il sindaco Renato Zangheri è convinto: bisogna ricordare i morti della strage con una grande manifestazione culturale, di musica poesia e teatro, a cui partecipino i giovani da ogni parte d’Europa. Se ne parli a cena con il già divino Carmelo, da “Rodrigo” e poi lungo i portici di via Ugo Bassi e via Rizzoli, lui sta preparando una nuova edizione del Pinocchio, ma non nasconde troppo il fascino per quest’impresa inusitata e smisurata.

Il sindaco non è soltanto un pigmalione in paltò ma anche un compartecipe, presenta una selezione di brani in cui ci sono Farinata, Pier Delle Vigne, Brunetto Latini, Paolo e Francesca, ma soprattutto il canto ventitreesimo degli ipocriti, in cui si parla anche di Bologna, dove “udì del diavol vizi assai, trà quali udì ch’elli è bugiardo e padre di menzogna”, dice uno dei frati qui rinchiuso dal severo Dante per gli intrallazzi col potere politico in cui tanto erano erano immischiati da turbare anche lo stomaco del Duca Virgilio.

Buio in sala (consiliare), grande scandalo appena filtra l’indiscrezione sulla scelta dei brani, le obiezioni lievitano, i democristiani, con in testa l’avvocato Federico Bendinelli, spericolato se non sventato nel dare a Carmelo del pagliaccio, il quale rovescia la disputa tirando in ballo il gran Tosco, “O è pagliaccio Dante o io dico Dante da pagliaccio: ma siccome sinora non ho mai detto Dante in pubblico, come può Bendinelli giudicare?”.


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Obiezioni politiche, beghe sorte dalla malcelata paura verso l’effetto che i versi beffardi e puntuti sulla classe dirigente del dugento possano travolgere quella di oggi. Ma l’evento è di grande portata, il personaggio neanche a dirlo, dunque da ogni parte in quei giorni precedenti ci si interroga. Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate Romana irride “i capricci di Carmelo Bene”, dalle colonne del “Corriere della Sera” si quisquilia, lasciando però sempre pendere al nero la bilancia, su qualunque cosa possa suscitare sospetto, i costi, l’amplificazione smisurata allestita; è un chiacchiericcio inarrestabile, un profluvio di parole in cui i critici si tramutano in tediate Casalinghe di Voghera, i politici in minuscoli pettegoli.

Fino a quando arriva Carmelo, per la conferenza stampa di presentazione trasformata in un happening teologico, “da ventidue anni ho scelto l’arte alla santità”, bene, l’ipnosi collettiva è appena all’inizio. La Rai, coproduttrice dell’evento, si spaventa, e si tira indietro dalla diretta, chiedono il copione prima a Bene “Ma si chiede il copione quando si va a riprendere Castrocaro?” La volontà di Zangheri non si lascia scalfire dalla miriade di ispettori gogoliani convenuti per ciarlare su ogni cosa.

Ma tutto è pronto ormai, da quella postazione byroniana Carmelo Bene sta per moltiplicare la propria voce attraverso l’amplificazione restituendola sotto forma di orchestra che si propaga per le strette vie del Centro. “Ed egli a me: vedrai quando saranno più presso a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno”. Inizia con Paolo e Francesca questa incredibile performance che mai più gli astanti dimenticarono, non ci sono gli ipocriti fraticelli bolognesi, nessuna possibilità di pettegolezzo, soltanto la voce di questo grandissimo, dedicata “da ferito a morte non ai morti, ma ai feriti di questa orrenda strage.”






   
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