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    Signorina Effe dal set di Torino  di Claudio Panella       Le altre Intersezioni


Signorina Effe, “F” come “Fiat”, ispirato dal documentario Signorina Fiat (2001) di Giovanna Boursier, è il titolo del nuovo film di Wilma Labate, scritto con Domenico Starnone e Carla Vangelista e prodotto dalla Bianca Film insieme a Rai Cinema. Le riprese della pellicola si stanno completando in questi giorni a Torino, proprio dinnanzi ai cancelli della Fiat di Mirafiori. Poi la troupe dovrà spostarsi a Rivalta, alla ricerca di un impianto industriale che possa almeno ricordare quelli del 1980-1981, la stagione in cui la pellicola è ambientata e che ha tanto segnato la storia del movimento operaio del nostro paese.

In questo inusuale (per Torino) ma prezioso incontro “in corso d’opera” abbiamo potuto iniziare a scoprire il film che sarà con la regista e con buona parte del suo cast, composto dalla coppia Filippo Timi e Valeria Solarino che mette in crisi un precedente impegno sentimentale della ragazza con Fabrizio Gifuni: l’operaio Sergio, interpretato da Timi, non è infatti accettato dalla famiglia di lei quanto il dirigente Silvio (Gifuni). Assenti ma presenti nel film anche Sabrina Impacciatore, Fausto Paravidino e il recente vincitore del premio David Giorgio Colangeli. E c’è un altro fresco vincitore della statuetta nella troupe: è il direttore della fotografia Fabio Zamarion, David per La sconosciuta

I 35 giorni, la così detta “marcia dei Quarantamila”, e una storia d’amore tra operai nel 1980: perché Wilma Labate ha voluto realizzare oggi un film come questo?
Perché le vicende di quell’anno sono state un momento di passaggio davvero importante. È stato un po’ il canto del cigno, con un’enorme passione, una grande gioia e grandi manifestazioni di massa sotto sotto ai quali covava già una certa malinconia. E stavano già spuntando parole nuove mai sentite prima come “mobilità”, “flessibilità”… Intendiamoci, gli operai ci sono ancora, magari non sono tutti in tuta blu, ma sono comunque tanti. Però sono anche cambiate molte cose, come la Fiat e come Torino. Torino oggi è sontuosa, completamente diversa da quella del 1980. Allora era una città operaia che aveva un grigio dignitoso e un’austerità delle persone e delle masse che non ci sono più.

Oggi le piazze di Torino sono dei salotti sfarzosi e curati, e non mi piace la nostalgia. Voglio solo dire che nel mio film ci sarà uno sguardo sull’ieri e che quel che mi preme è proprio raccontare attraverso le immagini e nient’altro. La storia d’amore mi è indispensabile per sgombrare il campo da ogni nostalgia e dalle etichette di “film politico” o di “film sugli operai”: il cinema è cinema, bello o meno bello, con storie che funzionano più o meno bene. Credo che oggi il principale problema del cinema italiano sia la ricerca di un linguaggio, su cui bisogna lavorare tantissimo, anche rischiando di sbagliare, sennò ha davvero ragione Tarantino, per le cui dichiarazioni non mi sono per nulla offesa.

Cosa ricorda Filippo Timi degli eventi del 1980 raccontati nel film?
Sono nato nel 1974 a Perugia e ho vissuto quelle tensioni inconsciamente, perché i genitori non dicono ai bambini certe cose ma i bambini sono come delle spugne che assorbono tutto. Con Wilma ci siamo documentati anche sulle immagini di quell’epoca e mi sono subito tornate su delle cose che in teoria non avrei dovuto conoscere. È comunque un’esperienza nuova per me quella di fare un operaio in un mondo del lavoro che mi aveva sì affascinato vedere ne La classe operaia va in paradiso, ma che non è il mio. Però mio padre è stato operaio, e il mio lavoro sul film è forse anche una sorta di riscatto personale legato a lui.

Dalle testimonianze di quegli anni ho ritrovato un’energia che oggi manca, essendo io un po’ un rivoluzionario nell’anima. Per temperamento ho una certa nostalgia della possibilità di credere in qualcosa e del non sentirsi solo a lottare per quella tal cosa. C’era allora una tensione che si è persa, ma essendo due mesi e mezzo che lavoro al mio personaggio è anche lui che parla attraverso di me. Comunque se oggi sembra impossibile smuovere certe cose io me ne frego della storia attuale e anche fare un film del genere, che è ovviamente l’unione di un grande insieme di persone, può far riscoprire l’energia di un periodo che era precedente alla scoperta dell’Aids, dove c’era uno scarto di speranza disperata più carnale, che almeno per me è centrale nella storia d’amore del film, una storia di carne e ferite.


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Dopo aver girato a Torino ormai diversi film questa volta Fabrizio Gifuni interpreta il dirigente Silvio...
Sì, nel 1980 Silvio era ancora un nome, tra l’altro bellissimo, che si poteva portare con disinvoltura. Ho molti ricordi di Torino, che è bizzarramente la città in cui ho lavorato di più, molto più che a Roma, sia a teatro che al cinema, per l’intelligente politica culturale che porta avanti da qualche anno e che spero possa continuare ad autoalimentarsi. Ho anche qualche ricordo del 1980, quando ero adolescente, e che si può dire sia stato l’anno di non ritorno in cui l’Italia ha perso la sua verginità tra gli scandali delle scommesse sul calcio, i ritrovamenti dei fascicoli della P2, e i licenziamenti che voleva fare la Fiat.

È davvero tutta una parabola che arriva fino ad oggi, è la nostra storia presente che si ripete più o meno uguale da allora. Il periodo che stiamo vivendo è sicuramente un periodo di “basso medio evo”, un periodo abbastanza orribile che è cominciato proprio in quel momento. Si può anche dire che tutto il cinema sia politico, perché ogni film instaura consciamente o inconsciamente un rapporto con la “polis”. L’importante è essere coscienti di cosa si vuole raccontare, come sa bene Wilma.

La più giovane del gruppo è la torinese Valeria Solarino, nata proprio nel 1980...
Infatti non conoscevo bene la storia della Fiat e quella del movimento operaio di quegli anni. Però confesso che non ho mai lavorato così tanto per prepararmi a un film: sono due mesi e mezzo che lavoriamo con Wilma anche studiando documenti filmati dell’epoca e anch’io provo una specie di nostalgia per la capacità di indignazione e di provare sentimenti da gridare a tutti che c’era allora. Oggi vediamo anche solo nelle rubriche televisive di spettacolo e di costume delle cose che davvero una volta non sarebbero state neppure pensabili.



24-06-07


   
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