Isabella Rossellini oggi è la serenità con cui scandisce il racconto della sua vita e di quella del padre, il grande Roberto Rossellini di cui nel 2006 ricorrerà il centenario. È l’armonia di un rossetto perfettamente in tono con la cravatta che indossa su un completo nero di taglio maschile.
“Mio padre avrebbe avuto 100 anni se non fosse morto il 3 giugno del 1977, in fretta come se viaggiasse su una Ferrari”, racconta con il tono della figlia da sempre innamorata. My dad is 100 years old è il titolo del piccolo film che ha scritto e interpretato e che ha scelto di far dirigere al geniale regista canadese Guy Maddin, con cui aveva già lavorato in The Saddest music in the World (2003) che fu presentato a Venezia e verrà infine distribuito in Italia da Fandango nel prossimo anno.
David O. Selznick, Fellini, Hitchcock, Chaplin, Ingrid Bergman sfilano sullo schermo tutti interpretati dalla Rossellini su suggerimento di Maddin che ha così accentuato il carattere mentale, immateriale di queste figure a metà tra mito collettivo e memoria personale dell’attrice: “È il film dei 29 anni dalla morte di mio padre, non un documentario, ma il frutto della mia esperienza e del modo in cui io ho compreso la lezione dei grandi del cinema. È un film della mia testa.”
Come è nato il sodalizio artistico con Guy Maddin?
Non conoscevo Guy prima che lui un giorno mi mandasse i suoi film. Mi colpì molto soprattutto The Heart of the World, sei minuti in cui c’è tutta la storia del cinema: ne fui incantata. Abbiamo così lavorato insieme in The Saddest music in the World e quando ho pensato di fare un film su mio padre ho pensato a lui perché i suoi film sono come rovinati, antichi, hanno la stessa fragilità degli spezzoni di Meliès o dei Lumière, e ti danno la sensazione di essere l’ultimo spettatore prima che quelle immagini si disintegrino. Questo è lo stesso sentimento che ho sempre avuto nei confronti di mio padre, non solo dei suoi film ma proprio di lui come persona.
Pensa che suo padre rischi di venir dimenticato?
Sono appena stata al Museo del Cinema qui a Torino e se lo avessi visto prima il mio film sarebbe stato più ottimista. Ma in America non ci sono musei del cinema, si discute ancora molto sulrestauro e sulla conservazione dei vecchi film. Solo mia madre e Bette Davis hanno un archivio completo delle loro cose private e non private, e quello su mia madre l’abbiamo voluto fare noi come famiglia, donando tutto quello che avevamo.
Quando il Sundance, il canale televisivo di Robert Redford, ha comprato questo mio film, si sono interessati alle opere di mio padre e hanno deciso di ritrasmettere Roma città aperta: hanno trovato l’unica copia sottotitolata esistente in America e mi hanno detto che era da diciotto anni che il film non passava in televisione negli Stati Uniti. Gli americani trasmettono i loro vecchi classici ma non quelli del neorealismo e allora ho pensato di dedicare questo mio film ai miei amici Americani che non si ricordano né Rossellini né il dialogo col cinema d’impegno.
Nel film suo padre è una grande pancia, come è nata questa idea?
Mio padre diceva sempre che avrebbe voluto poterci allattare, poter essere incinta. A casa lui se ne stava sempre a letto a scrivere, lavorare, a pensare. Stava tutto il giorno in pigiama con la pancia in vista e io quando avevo tre o quattro anni lo vedevo così ed essendo convinta che mio padre fosse onnipotente pensavo davvero che fosse incinta. Quindi è così che lo ricordo, come quella pancia che ho abbracciato tantissimo quando ero piccola e che forse è la cosa che mi manca più di tutte di lui. In più volevo fare un film buffo e mi sono quindi affezionata all’immagine di questa pancia che mi sembrava un’idea buffa. Mio padre faceva sempre film molto drammatici, e anche mia madre. Quando vedo il primo piano di mia madre in lacrime in Casablanca ancora oggi non riesco più ad alzarmi dalla sedia, e ho così potuto ritrovare la mia voce solo nell’umorismo. Nel dramma rimango stremata, ho usato un tono comico che è quello che mi dà la forza di dire la verità.
Nel film lei interpreta sua madre che smentisce Hitchcock, secondo cui Rossellini le aveva rovinato la carriera, dicendo che è stato invece il contrario. Pensa che sia così?
Non voglio dire che il mio film sia un documentario né neorealistico, poiché è ambientato tutto nella mia testa, ma per farlo mi sono molto documentata. Quell’affermazione di Hitchcock, e la battuta con cui risponde mia madre, le ho trovate in una biografia di Hitchcock scritta da Charlotte Chandler. I film fatti da mio padre e mia madre assieme furono commercialmente catastrofici, erano a lato del cinema ma sono poi stati rivalutati e considerati capolavori. Piacquero molto a Godard, a Truffaut, a tutta la Nouvelle Vague ed ai Cahier du Cinéma. Nel mio film mia madre si riferisce alla rivalutazione successiva dell’opera di mio padre.
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Come le è sembrata l’idea del regista di farle interpretare tutti i personaggi, e che cosa rappresentano questi per lei?
All’inizio ero un po’ scettica anche se effettivamente non sapevo chi mai avremmo potuto scegliere per interpretare, che so, Fellini. Allora quando Guy mi propose questa soluzione io andai a casa e provai a truccarmi, un amico mi prestò delle parrucche, e mi convinsi. Per esempio devo dire che Selznick è molto maschile. Sono molto sexy…no, volevo dire Selznick. Selznick aveva sotto contratto mia madre e con lui mio padre aveva un rapporto d’amicizia ma di totale incompatibilità artistica. Mio padre non andava mai al cinema, ma sulla scrivania aveva una foto di Chaplin che gli aveva dedicato. Da piccola, l’unico cinema che mio padre ci ha fatto vedere era quello di Chaplin e nel mio film appare come un angelo. Tutti amiamo i film di Hitchcock, ma è vero come dico nel mio film che lui usava la suspense per manipolare gli spettatori. Mio padre non avrebbe mai fatto nulla di simile.
Cosa pensava Rossellini degli attori e della sua carriera d’attrice?
Mo padre non amava gli attori e anzi non li considerava, peggio di Hitchcock per cui erano bestiame. Quindi non voleva assolutamente che nessuno di noi figli facesse l’attore, lavorare nel cinema sì, ma non fare l’attore e quando lui era vivo non ho mai pensato di fare questo mestiere. All’inizio ho studiato da costumista e poi il mestiere d’attrice è venuto solo dopo la sua morte e in modo tormentato. Già prima in realtà avevo fatto Il papocchio ma lì non valeva perché interpretavo me stessa. Poi quando mio padre morì i fratelli Taviani mi chiesero se volevo lavorare per loro. Io ero molto combattuta. Da una parte loro me lo chiedevano perché volevano fare un omaggio a mio padre che amavano e che aveva premiato Padre padrone a Cannes solo una settimana prima di morire. Dall’altra mio padre sarebbe stato molto scontento di me se fossi diventata un’attrice. La questione fu risolta da mia madre che allora era ancora viva e mi disse: “Tuo padre lavorava con i non attori e anche tu sei una non attrice, quindi fai pure questo film” e così feci ma solo sette o otto anni dopo ho cominciato davvero a recitare, dopo il divorzio da Scorsese.
Ancora quando mi sono sposata con Martin Scorsese non pensavo di fare l’attrice e non sapevo molto di cinema. Nella mia vita dopo la morte di mio padre ho pian piano imparato che i cineasti parlano in continuazione di cinema. Sia Martin che David Lynch stavano sempre a discutere. Mio padre non parlava mai di cinema, parlava della povertà della fame, oggi avrebbe parlato della guerra in Iraq e usava il cinema per raccontare queste cose.
Rossellini era davvero una specie di patriarca, cosa è restato della sua famiglia oggi:
Ma siamo ancora tutti in contatto! Mio fratello Renzo era forse il più legato a mio padre perché ha lavorato con lui ed è diventato anche produttore, e vive tra Roma e Los Angeles. Poi ci sono i tre figli Bergman: mio fratello Roberto che è diventato pittore e vive tra Parigi e Montecarlo, io e mia sorella gemella che vive come me a new York ed insegna Letteratura alla Columbia University ha preso tutto l’intellettuale che c’era in famiglia, perché io non lo sono per niente. Poi ci sono i figli della terza moglie indiana di mio padre, Raffaella che vive in Quatar, perché s’è convertita e sposata musulmana ed è molto religiosa, e Gilles che vado a trovare domani in clinica in Svizzera, perché come saprete dal suo documentario presentato a Venezia è diventato tetraplegico. Ci sono anche tanti nipoti e io ho un figlio bellissimo che si chiama Roberto Rossellini. L’ho adottato ed è nero con gli occhi blu e ho sempre pensato che a mio padre sarebbe piaciuto moltissimo ritornare in questa versione da Apollo, da dio della bellezza.