Guardare le trentasei foto a colori e in bianco e nero, in mostra allo spazio Auditorium Arte di viale Pietro de Coubertin a Roma, incute un certo orrore e spinge il pensiero alle tragedia di Beslan o allo scandalo delle torture nelle prigioni dell’Iraq. Sono le foto di un maestro ecuadoriano, Fabian Cevallos, mai pubblicate prima, da trent’anni chiuse in un cassetto. Oggi rivovono e sono testimonianza dell’ultimo e provocatorio film di Pier Paolo Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). Un viaggio all’inferno tra cadaveri, fucilazioni, abusi sessuali e torture. Immagini che rimandano a sequenze che hanno turbato una generazione di spettatori, ma tra gli scatti si scopre anche l’inedito, ciò che non era ancora stato visto, che Pasolini non aveva montato nel film o che era andato perduto.
Fabian Cevallos nasce come attore teatrale e televisivo, ma l’amore per l’immagine lo porterà a ricoprire il ruolo di fotografo professionista, prima per l’agenzia Gamma e poi per la Sigma. Da quel momento entra in contatto con alcuni dei registi più importanti della cinematografia, da Luchino Visconti a Francis Ford Coppola, da Wim Wenders a Nanni Moretti, ma quando arrivò sul set di Salò ha reagito così: "Era la prima volta che vedevo un film così intimo, così difficile. Era impossibile essere testimoni della sua realizzazione senza sentirsi qualcuno che era un intruso: o facevi parte del set o ti sentivi come qualcuno che stava profanando una cerimonia".
Mancavano solo poche scene da girare, quella della festa del matrimonio e le più agghiaccianti. "Ricordo una delle scene, una delle prime violenze - continua Cevallos - non riuscii a fotografarla perché era talmente vera, talmente violenta che mi sono tornate in mente le torture dei militari delle dittature del Sud America. Così ho cambiato il mio modo di fotografare, non potevo comportarmi come in qualunque altro film. Quando Pasolini diceva ‘motore’ non era più una finzione, non mi trovavo più a Cinecittà. Era una sala delle torture". Corpi nudi di uomini e donne, legati a terra, seviziati e frustati, che si dimenano, gridano, quasi si sentono le loro urla.
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Le tre pareti dedicate alle foto a colori si alternano a quella esclusiva, dedicata al bianco e nero. Una visione disturbante e allo stesso tempo catalizzante che fa prendere respiro all’osservatore solo quando si incontrano i pochi ritratti di Pasolini sul set. "Avevo capito che non desiderava essere fotografato perché lui, in quel momento, stava facendo qualcosa di decisivo. Prima si concentrava, e poi vedevo la sua intelligenza veloce al lavoro".
Ad accompagnare le foto, didascalie con testimonianze e ricordi dello stesso fotografo, dell’aiuto regista Fiorella Infascelli che confessa: "Il film l’ha girato tutto lui. Io non permettevo a nessuno di avvicinarsi alla macchina da presa". Prendono parola anche il curatore della mostra Mario Sesti e gli attori Paolo Bonacelli e Antinisca Nemour.
Cevallos rimase sul set otto, nove giorni, fece sviluppare le foto con l’intezione di mostrarle a Pasolini. Ma c’era tutto il tempo dopo la lavorazione del film. Invece no, "appresi della sua morte, come tutti, dai media. Chiusi le fotografie nel mio archivio dicendomi che un giorno avrei fatto un omaggio a Pasolini". A trent’anni dalla morte è l’occasione giusta per mostrarle.
Pier Paolo Pasolini. Salò: mistero, crudeltà e follia. Una testimonianza fotografica di Fabian Cevallos. Auditorium Arte, viale Pietro de Cubertin, 30 – Roma. Fino al 2 novembre. Orari: lunedì-venerdì, 17-21. Sabato, domenica e festivi 11-21. Ingresso: 1 euro. Info: 0680241281/436