È necessario un atteggiamento stoico per affrontare lo "stivaletto malese" inflitto dalle tragiche poltroncine del Teatro Giovanni da Udine: ci vogliono cartilagini elastiche e, possibilmente, membra ridotte. Putroppo non è il mio caso. Martedì 22 aprile è la volta di Our Town, interessante opera prima del giovane regista coreano Jung Gil-young, poliziesco incentrato sulla caccia ad un serial-killer che sevizia e crocifigge le proprie vittime.
Girato con notevole eleganza e fotografato con tinte sature ed innaturali che accentuano efficacemente la sensazione di straniamento, Our Town mette in scena una nemesi violenta che affonda le proprie radici nel passato dei tre protagonisti: uno scrittore in crisi creativa che si ritrova a fare i conti con i fantasmi del passato, un poliziotto oppresso da un antico segreto ed un serial-killer adolescente introverso.
I tre sono legati da una linea di sangue che li accompagna fin dall’infanzia e che finirà per segnarne il triste futuro. Il tema del passato che ritorna spinge l’autore ad accumulare flasback a ripetizione, non sempre in modo chiaro e fluido, così da conferire alla narrazione un che di farraginoso. Comunque, avercene di opere prime così a casetta nostra.
Mercoledì 23 aprile, garriscono al sole (finalmente) le bandiere zeppe di ideogrammi all’esterno del teatro: è il fatidico horror-day! In forse fino all’ultimo per penuria di materia prima, è stato infine organizzato per soddisfare i numerosi fans del genere (tra cui il sottoscritto). "Si scopron le tombe si levano i morti", ed eccoli, allora, gli strambetti dell’horror: dark fuori tempo massimo, nerds onniscenti, feticisti del gore, amanti dello splatter, creste punk e t-shirts mortifere.
Ben sette film in programma, tra cui, all’alba, Kaidan di Nakata che causa orario infelice hanno visto in tre. Decisamente non entusiasmanti le due pellicole visionate, accomunate da un’irritante pretesa autoriale dei due registi coreani che alla fin fine si riduce ad un’insopportabile dilatazione della durata, pur in assenza, nel caso di Guard Post, di una storia degna di questo nome. Altra caratteristica comune delle due pellicole è il comprensibile anelito a sganciarsi dalla tradizione orrorifica orientale della ghost-story con bimbette capellone mediante un’ibridazione di paura ed attualità.
In Black House di Shin Terra, tratto da un romanzo dello scrittore giapponese Kishi Yusuke, il protagonista è un liquidatore assicurativo che si ritrova ad indagare su un caso di apparente suicidio. Grazie alle ottime performance degli interpreti la narrazione scorre fluida, sebbene lievemente monotona, ma agevolata dalla consueta buona fotografia che rende alla perfezione la freddezza degli uffici ed il senso di incombente pericolo della "casa nera".
Per tre quarti thriller psicologico, sebbene il colpo di scena sia "telefonatissimo", Black House frana nel finale, anzi negli almeno quattro demenziali finali consecutivi che hanno finito per suscitare l’ilarità del pubblico: non un buon segno per un horror.
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Senza possibilità di redenzione, invece, il pessimo The Guard Post, di Kong Su-chang, definito dalla critica "un emozionante splatter-fest". Personalmente lo definirei una misera vaccata, totalmente priva di trama, recitata malissimo, diretta peggio e, ovviamente, interminabile. Indeciso tra La cosa di Carpenter e Resident Evil, il registucolo non sceglie, non racconta, non dirige. Imperdonabile è la mancata valorizzazione dell’ambientazione oggettivamente suggestiva: un isolato posto di guardia sul confine tra le due Coree che avrebbe potuto, se adeguatamente sfruttata, conferire un’allure decisamente sinistra al racconto.
Che, invece, pare girato negli scantinati del mio condominio, con quattro soldi e tanto pomodoro. Ma il geniale autore, forse conscio della pochezza del soggetto, tenta di distrarci dal nulla narrativo con una frenetica serie di flashback montati un po’ random, così da provocare confusione, sconforto e, alla fin fine, giramento di balle.