Premiato Ang Lee. Ora si pensi al futuro della Mostra di Venezia
di Maurizio G. De Bonis
Come ogni anno ci ritroviamo a dover commentare l’esito finale di una Mostra d’Arte Cinematografica come quella di Venezia che rappresenta pur sempre il più significativo festival italiano del settore, e non solo.
La giuria presieduta da Zhang Yimou, e composta da autorevoli registi (vedi Jane Campion e Catherine Breillat) ha dovuto lavorare su un programma del concorso che non possiamo definire esaltante. Un film, tra tutti, era quello che avrebbe meritato attenzione: La graine e le moulet, del franco-magrebino Abdellatif Kechiche. Quest’opera intensa, vivace, in grado di raccontare con estremo realismo, e senza retorica, la vita degli immigrati magrebini in terra francese si è portato a casa (ex aequo con il film scomposto di Todd Haynes sulla figura di Bob Dylan) solo il Premio Speciale della Giuria. E’ un vero peccato che i giurati abbiano preso questa decisione e abbiano invece assegnato il Leone d’oro a Lust, caution di Ang Lee. Non ci soffermeremo più di tanto su un fatto che comunque salta agli occhi: il regista di Taiwan aveva già vinto il massimo riconoscimento nel 2005 con Brokeback Mountain. Ciò che vogliamo evidenziare è come sia capitato ad Ang Lee di aggiudicarsi il Leone d’oro per due volte con film di buon livello, ma niente più. Lust, caution è un lungometraggio ben girato, esteticamente inappuntabile ma decisamente prevedibile e chiaramente ispirato a certe atmosfere già ampiamente elaborate da altri registi orientali. A Venezia non si parlava granché di questo lungometraggio se non per le scene di sesso nelle quali abbiamo visto Tony Leung lanciarsi in ardite performance erotiche. Sinceramente ci sembra discutibile la scelta della giuria. Perché premiare un regista ultra celebrato e già vincitore a Venezia e non dare la giusta visibilità a un talento come Kechiche?
Il Leone d’argento per la miglior regia dato a Redacted di Brian De Palma è stato un modo per valorizzare lo sperimentalismo del cineasta americano, il quale francamente ci ha lasciato l’amaro in bocca, soprattutto per l’uso eccessivo di una retorica espressiva che è andata a inquinare un discorso sull’Iraq che invece appariva interessante. A Nikita Mikhalkov e al suo 12 è andato il Premio Speciale per l’insieme dell’opera, riconoscimento il cui senso fatichiamo a decifrare. Di sicuro il regista russo avrebbe meritato un altro trattamento, magari sarebbe stato meglio il silenzio così come è successo per il capolavoro (insieme al lavoro di Kechiche) del Festival: Nightwatching di Peter Greenaway.
I premi dati a Cate Blanchet e Brad Pitt per le migliori interpretazioni sembrano delle vere e proprie sviste. In special modo, dare un premio a Brad Pitt come attore appare un’operazione temeraria vista la poca espressività di un interprete che sarà pure una star di Hollywood ma che non riesce a raggiungere nemmeno un decimo della bravura di ogni singolo protagonista del film corale di Nikita Mikhalkov.
Per quel che ci riguarda, la giuria presieduta da Yimou ha infilato uno svarione dietro l’altro, ma certo non si scalderemo più di tanto. Ognuno ha i suoi gusti e le sue idee. Quello dei verdetti delle giurie dei festival di cinema in fin dei conti è poco più di un gioco che si consuma nell’arco di qualche giorno, e nulla più.
Ciò che più ci importa è il futuro della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Sono in scadenza sia il Presidente delle Biennale, Davide Croff, che il direttore della sezione cinema, Marco Müller. I nomi che circolano sono molti (alcuni imbarazzanti), anche se a nostro parere prima di sostituire Croff e Müller, bisognerebbe pensarci bene. Sotto la loro gestione la mostra di Venezia tutto sommato ha retto bene, anche alla nascita di un concorrente fortissimo come la Festa del Cinema di Roma. Si attende poi la fatidica costruzione del nuovo Palazzo del Cinema. Speriamo che vengano rispettate le promesse perché se ha una grave carenza il Festival del Lido è proprio la cronica mancanza di strutture adeguate a una manifestazione del genere. Staremo a vedere.
Maurizio G. De Bonis