Forse sarebbe proprio il caso di iniziare a porre come parola d’ordine per ogni nuovo festival nascente quello di ri- trovare ciò che già un tempo era stato prodotto ma che molte generazioni non conoscono più che di lottare ossessivamente per accaparrarsi l’ultima novità in anteprima mondiale, farcita dal ricco cast di stelle.
A Bologna da ventuno anni si tenta di forzare la direzione di marcia in questa direzione, imponendo al proprio pubblico di remare controcorrente, di aprirsi per accogliere grandi capolavori del muto restituiti in splendide edizioni restaurate, filmoni in Cinemascope con la loro paletta di colori ricchissima. Ma andiamo per ordine.
Il festival Il cinema ritrovato è una sorta di esposizione annuale in cui la Cineteca di Bologna espone, da un lato il frutto del proprio lavoro (restauri, lavoro sui Fondi Chaplin e Pasolini, acquisizioni di nuovi archivi), dall’altro le più squillanti proposte da cineteche e archivi di tutto il mondo. Un lavoro di scavo che spesso porta a scoperte sorprendenti o ad occasioni di rivedere integralmente grandi capolavori già visti purtroppo sul piccolo schermo nella irriconoscente versione in vhs. Quest’anno la rassegna si è inserita nei tre mesi dedicati a Charlie Chaplin, in cui si sono visti ed infine si vedranno, molte perle rare appena ritrovate ed i capolavori conosciuti ed amati in tutto il mondo. Gli otto giorni del festival sono stati così scanditi da tre pezzi forti di Charlotte, l’apertura con Il monello nel mezzo Tempi moderni e la chiusura con La febbre dell’oro.
La sezione dedicata al cinema muto, oltre ad offrire una interessante scelta con protagonista la diva Asta Nielsen, ci ha proposto due folgoranti scoperte provenienti dal nostro cinema con Inferno e Dante e Beatrice, il primo è un episodio di un trittico sulla opera dantesca di sfolgorante invenzione visiva con alcune trovate che non avrebbero faticato a trovare il loro posto molti anni dopo nelle sperimentazioni della body art e dell’arte concettuale. Il secondo è un più disteso e lirico racconto di un amore, scritto con evidenti rimandi alla pesante eredità classica e con un certo timore. Sono grandi produzioni di cui ci accorgiamo dai diari di lavorazione, dallo sfarzo dei costumi, di un paese che all’epoca era uno dei primissimi produttori al mondo, con la Pittaluga ad esempio, di prodotti cinematografici.
Sponsor
Nella grande sala dell’Arlecchino, dove lo schermo lascia ancora trasparire quell’antico desiderio di sprofondamento nell’immagine di cui si nutrivano quei grandi melodrammi di cui il direttore Peter Von Bagh ci ha voluto proporre una scelta che spazia da L’uomo in grigio di Lesile Arliss al messicano Emilio Fernandez, il maestro di Peckinpah (che gli fece interpretare il feroce Mapache in Il mucchio selvaggio) che con Enamorada ci ha fornito uno sbalorditivo pezzo di novanta minuti in cui un comandante rivoluzionario in preda al furore antinobiliare confisca ogni cosa agli arroganti signorotti del paese fino a che si imbatte in una splendida ragazza, una sorta di bisbetica che gli costerà molte umiliazioni domare, componendo però un mosaico in cui il dovere politico si lascia invadere dalla bellezza e dal suo potere incontrollabile.
Portando dalla Finlandia La croce dell’amore di Teuvo Tullio, riscrittura del Mastro di posta di Puskin, con una splendida quanto pericolosa Regina Linnaehimo nei panni di una ragazza rinchiusa con il padre in un enorme a forma di fallo che la imprigiona e la conserva vergine ed immacolata, fino a che un console dal baffetto maliardo la circuisce gettandola nello sconforto di una purezza mai piu’ ritrovabile.
Film all’insegna dell’eccesso, come anche La ragazza dei giacinti, sorta di Citizen Kane alla svedese virato in salsa lesbo, in anni un cui noi censuravamo il “buttatevi a destra” di Toto’ e Carolina. Nelle serate all’aperto, riempite da un pubblico curioso e paziente, sono stati presentati ostici capi d’opera come La venditrice di sigarette del Mosselprom, Mariti ciechi (primo lavoro di Stroheim negli Stati Uniti), ma anche i piu’ vispi e recenti Faces di Cassavetes e Il dottor Stranamore. Insomma un festival che traccia una strada possibile e auspicabile, molto piu’ utile di tanti convegni sulla crisi di queste vecchie ma volendo ancora utili istituzioni.