“Rischiamo una deriva tedesca”, ci è capitato di sentire e vedere in una fiction nostrana su Aldo Moro. Sbiadita e troppo inutilmente umanizzante, tutti, da Cossiga ai brigatisti tutti, solo il divo Giulio sullo sfondo resta leggermente guascone. Noi, il nostro affresco collettivo non riusciamo ancora a comporlo, sia a livello d’autore, sia su un piano più popolare. Germania in autunno era e rimane un capolavoro, un manipolo tra le più importanti menti del dopoguerra tedesco insieme per fare un film unico, partendo dal più grande Fassbinder, che si mette in gioco direttamente con il suo corpo già sfibrato dalla vita e dall’arte, a discutere di opportunità non colte opportunamente e di colpe dei padri non espiate, ma semplicemente obliate.
La deriva tedesca era in quelle morti in carcere che tanto scandalo anche da noi fecero, a partire dai più famosi Ulrike Meinhof e Stefan Baader, la Raf a quell’epoca aveva già ceduto il passo ai gruppi sciolti che manifestavano attraverso lo spontaneismo un puro istinto anarchico. Sequestro del Presidente della Confindustria, dirottamento di un Boeing, posti di blocco dappertutto.
Ancora oggi il film più bello e intenso sul terrorismo, insieme a La terza generazione di Fassbinder, l’unico che consenta delle riflessioni senza essere a tesi, marcato dalla lucidità di un gruppo di intellettuali ancora da eguagliare.
Audio: 7
Video: 7
Extra: 5
Giancarlo Mancini