Già due anni fa, all’uscita di Camicie verdi, molta sorpresa suscitarono nell’opinione pubblica alcuni frammenti riportanti in tutta la loro grottesca verità, le matrici dell’odio antislamico della Lega Nord, altrettanta ne sta suscitando questo nuovo Nazirock, dedicato alla galassia rockettara dell’estrema destra. Una selve di etichette di “terze posizioni” per usare il loro gergo, non con l’occidente capitalista e liberista (e dunque sionista) né con l’oriente comunista e statalista, una politica del né né anche questa, dunque inconcludente.
Però il merito di queste operazioni di Lazzaro, a metà strada tra l’inchiesta giornalistica televisiva ed il documentario vero e proprio, con la triste diagnosi che però in tv simili prodotti non li vediamo più da anni, sta nello sviscerare con pazienza l’argomento, nel mostrarci il lungo viaggio di un popolo più o meno numeroso e bellicoso, in marcia per le proprie idee. La ulteriore singolarità sta in questo caso nel fatto che questi gruppetti e gruppuscoli vengono visti nel momento in cui si agglomerano in un qualcosa di più grande, una nuvola forse, una muta per utilizzare una categoria di Canetti: i cosiddetti campi.
Sarà per la nostra naturale propensione a buttarla in commedia, ma quando si congiungono campi di addestramento e estrema destra ci sovviene immediatamente il ricordo ai generali con la benda e nostalgici con la mano destra fasciata per le troppe volte che l’hanno dovuta mantenere tesa di Vogliamo i colonnelli di Monicelli. Qui non ci si addestra a marciare su Roma, almeno per il momento, ma ad aggregarsi e a rifornire la “nostra cultura” spiega Roberto Fiore, ex estremista di destra, nove anni in esilio in Inghilterra per sfuggire ad una condanna, ora leader riconosciuto e acclamato.
E la cultura così almeno come la intendono loro, trova uno dei suoi momenti culminanti nei concerti in cui i leader politici entrano nei panni delle rockstar, cantano del loro “cuore nero”, dei nemici dichirati Usa e Israele, di scontri con la polizia di cui poi si mostrano anche le cicatrici, a maggior gloria per così dire. Ad un certo punto arriva anche il leader dei neonazisti tedeschi ed un che di lugubre cala sul palcoscenico, su un monitor sfilano minacciose le divise delle Schutz Staffen, ma il tedesco chiede ai ragazzi di non esibire saluti romani, la polizia tedesca vigila e in Germania un saluto con il braccio destro costa il carcere per direttissima. Quelle che si chiamano differenze “antropologiche”.
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