Negli ultimi anni numerose sono state le “contestazioni” che il mondo della critica ha fatto al cinema italiano. Una delle più acute ed interessanti riguardava una certa incomprensibile incapacità da parte dei nostri cineasti di rileggere e rielaborare la storia recente e di concentrarsi sui grandi eventi politici che, nel bene e nel male, avevano caratterizzato le vicende della vecchia Europa. Si è trattata, a parte pochi casi isolati (come Il muro di gomma di Marco Risi), di una sorta di fuga nella comicità, nel microsociale e in uno psicologismo minimalista che mirava a rappresentare situazioni poco collegate al contesto esterno. Da qualche tempo a questa parte, invece, si sta respirando una nuova aria. Alcuni cineasti sembrano essersi accorti che dimenticare la storia d’Italia e gli accadimenti della politica aveva portato ad un’involuzione creativa notevole, ad un isolamento puramente commerciale della nostra cinematografia, ormai con il respiro corto e lo sguardo miope.
A dare il via a questo “rinascimento” dello spirito di analisi delle vicende politiche (e non solo) ci ha pensato Marco Tullio Giordana già qualche tempo fa con I cento passi. Ora vi è stato un ulteriore passo in avanti con il monumentale (per il cinema) La meglio gioventù. La bravura del regista è consistita proprio nell’aver coniugato i percorsi interiori dei protagonisti con lo svolgersi degli eventi che hanno cambiato il nostro paese. Così, ne è venuto fuori un commovente e rigoroso affresco di una società che negli anni dal 1966 al 2000 ha affrontato notevoli mutazioni, passando dall’impegno politico, agli anni di piombo, dai tragici anni ottanta all’epoca del “berlusconismo” (che ancora ci riguarda). Giordana ha saputo con estrema chiarezza ripercorrere la vita di una generazione di italiani che si è trovata a dover migliorare il carattere di un paese moniliticamente “catto-conservatore” e sempre restio ad accettare innovazioni e svolte decisive. Allo stesso tempo l’autore ha però rispettato il carattere dei suoi personaggi, sempre ben delineati ed inseriti in modo armonioso negli avvenimenti storici.
Ma la percezione di questa autentica esplosione del nuovo atteggiamento del nostro cinema si è si avuta alla 60esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Tre film, Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, Buongiorno, Notte di Marco Bellocchio, The Dreamers di Bernardo Bertolucci, tre stili molto diversi, tre opere dense di significato, tre esperienze cinematografiche che si sono confrontate in un Festival nell’ambito del quale, raramente negli ultimi tempi, il cinema italiano ha saputo lasciare il segno.
Paolo Benvenuti ha utilizzato la strage di Portella della Ginestra per metter a fuoco con tratto rigoroso e preciso gli intrecci politici interni ed internazionali che portarono alla realizzazione di uno dei crimini più efferati ed ingiustificati compiuti nella “rinascente” Italia degli anni cinquanta. Il regista toscano, come suo solito, ha realizzato un film compatto, drammaturgicamente solido e visivamente curato, proprio perché pittoricamente concepito. Ma, cosa ormai rara, oltre a ricostruire con dovizia di particolari la meccanica di quell’assurdo massacro si è preso la responsabilità di concepire un teorema, con tanto di facce, nomi e cognomi, forse non sostenuto da prove e controprove, ma in grado di fotografare la gestione del potere che per almeno cinquant’anni ha riguardato il nostro paese. E poi, finalmente, ci sono state polemiche e salutari discussioni, risentimenti e prese di posizione, fenomeni di cui francamente dalle nostre parti c’eravamo dimenticati.
Marco Bellocchio con la sua consueta maestria e profondità intellettuale ha avuto invece il coraggio di andare ad indagare, senza scopi cronachistici o pseudo storicistici, la tragedia dell’assassinio di Aldo Moro, ed insieme la follia della velleitaria e parossistica epopea brigatista. Attenzione, però, il cineasta piacentino non ha banalmente stigmatizzato le azioni dei terroristi, anzi li ha resi umani, dubbiosi, coinvolti emotivamente, quasi deboli. Esattamente come era la loro vittima. Bellocchio ha solo evidenziato la sfasatura delle loro ideologia rispetto alla realtà, sfasatura che li portò, purtroppo, ad uccidere un essere umano a freddo, dopo aver convissuto con lui, avergli preparato la minestra e lavato la biancheria. Questa dimensione familiare, accompagnata dalla presenza ossessiva della televisione, sembra essere uno dei dati fondamentali del film di Marco Bellocchio, il quale ha puntato sulla psicologia di uomini e donne che, vivendo scissi tra militanza estrema e desiderio di esistere ed amare, avevano pensato di cambiare la società nella quale vivevano semplicemente eliminando una figura simbolica del ceto politico. Ma proprio questo passo delirante segnò il declino delle Br, declino che magnificamente l’autore de I pugni in tasca ha saputo comunicare attraverso lo sguardo intenso e toccante della bravissima Maya Sansa.
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Altre atmosfere sono rintracciabili in The Dreamers. Bertolucci è un artista dal respiro fortemente internazionale (The Dreamers è ambientato a Parigi), dal tocco registico sopraffino e dalla sensibilità visiva unica. Il sessantotto è diventato, così, un’avventura di conoscenza individuale, il racconto dell’ingresso nell’età adulta, una splendida rievocazione visuale che ha saputo far emergere emozioni e sensazioni ormai perse nella memoria. Perfetta è stata l’idea di lasciare le bandiere rosse e le manifestazioni sullo sfondo per dare più risalto ad una storia apparentemente solo interiore ma che invece, in chiave simbolica, riassume, grazie ad alcune mirabili sequenze, la forza dirompente dei cambiamenti che il sessantotto generava. Come ha detto lo stesso Bernardo Bertolucci era assolutamente necessario, visti i tempi che corrono, ridare al sessantotto la sua giusta dimensione e difendere questo periodo cruciale dall’assalto del neo conservatorismo-reazionario sempre più presente nella penisola. Marco Tullio Giordana, Paolo Benvenuti, Marco Bellocchio, Bernardo Bertolucci, a cui aggiungiamo ovviamente Nanni Moretti e i fratelli Taviani, nonché una pattuglia di più o meno giovani (Marra, Bechis, Chiesa, Garrone, Crialese, Ciprì e Maresco, Winspeare, Soldini, Martone, Amelio); questi sono i nomi su cui deve puntare la nostra cinematografia. Ognuno con il suo stile e il suo bagaglio socio-politico, ognuno con il coraggio di portare avanti un’idea di cinema che sia libera dalle convenzioni e soprattutto dalla cappa del qualunquismo finto-liberalista che incombe anche sulla produzione artistica e culturale italiana.