Nel 1978, pochi mesi dopo il rapimento e l’uccisione dello statista democristiano, Leonardo Sciascia scrive un’analisi delle lettere di Moro di matrice semiologico-foucautiana (l’Affaire Moro, Adelphi): il libro, pubblicato in anni di consenso verso la linea dura del governo sul sequestro e messa al bando del presidente della DC, è premonitore verso l’ipotesi del doppio stato e di tutta una rete di convenienze “politiche” che decretano la condanna a morte di Moro. Nonostante il libro sia ormai un reperto storico, è ancora attualissimo come modello di ricostruzione degli eventi a partire da un’analisi testuale.
Il senatore del Pc Flamigni è il principale autore di una ricostruzione degli eventi del ventennio 1960-80 da un punto di vista storico-politico-sociologico, con un taglio cronachistico e divulgativo. Grande impresa di Flamigni quella di trovare una logica globale che abbracci i crack finanziari condotti da personaggi invischiati conla malavita quali Calvi e Sindona, la massoneria (P2) e il carattere di Stato occulto che attraversa le decisioni più significative del nostro Paese, le inchieste sul terrorismo di Sinistra (caso Moro in testa) e di Destra, la complicità e l’incursione dei servizi segreti internazionali, i tentativi golpisti di Borghese, Sogno ecc.ecc. Indubbiamente intrigante sia per la proliferazione di notizie sia per una critica della sovranità come ente contemporaneamente dentro e fuori la legge. Qualche titolo: La Tela del ragno, Il mio sangue ricadrà su di loro, Convergenze parallele, Trame Atlantiche, tutti edizioni Kaos .
Tra i libri dei brigatisti aveva suscitato un certo interesse verso la metà degli anni ottanta quello di Patrizio Peci, Io l’Infame, Mondatori 1983. L’autore è il pentito nonché artefice della cattura di molti brigatisti: evento che annuncia la fine delle BR (almeno della configurazione degli anni 70). Il volume ripercorre la vicenda secondo un programma da romanzo pulp fanta-thriller, ricco di gag tra i brigatisti e i vicini di condominio, o chessò sulle ordinanze politiche interne rispetto all’obbligo dei preservativi (in clandestinità i divertimento erano pochi, quindi…). A rileggerlo oggi c’è dell’inquietante rispetto all’anestesia ideologica di personaggi il cui obbiettivo era quello di creare un’alternativa al regime delle Multinazionali. Di tutt’altro taglio l’intervista della Mosca e della Faranda a Mario Moretti (Brigate Rosse, una storia italiana, Baldini & Castaldi, 1994), che racconta la sua vita prima da tecnico alla Siemens poi da latitante BR, membro dell’esecutivo per molti anni e principale personaggio del sequestro Moro (nonché uccisore dell’onorevole). Il racconto di Moretti fa acqua da molte parti, in alcune (quando dichiara che nel 1978 le figure di Andreotti e Moro per le BR erano equivalenti) irrita abbastanza.
Impegnato in una strenua ricerca degli interrogativi senza risposta degli eventi, dal punto di vista sia dell’uomo di legge che del familiare, è il libro di Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente della DC (Storia di un delitto annunciato, Editori riuniti 1998): il volume riprende la linea Flamigni ma in chiave meno storico-politica e più processuale, inoltre offre una lettura delle lettere di carattere filologico alternativa a quella di Sciascia.
Il libro-intervista a Giovanni Pellegrino (Segreti di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Einaudi 2000), ex presidente della commissione stragi, non si pone soltanto in una veste di analisi sociologico-politica degli anni settanta, ma affronta problemi di storicizzazione del passato tramite interventi istituzionali, primo fra tutti una riforma penale che chiuda una pagina drammatica del nostro Paese. La posizione è un quella di accettare gli inevitabili spazi oscuri che ancora rimangono, come intrinsechi di una storia della Repubblica Italiana la quale ha dovuto arginare tutti i problemi insiti nella sua nascita, a partire dal controllo dei settori antidemocratici interni ai due grandi partiti parlamentari.
Infine due libri di quest’anno, opposti. Al picco estremo della “dietrologia” il libro di Fasanella e Rocca (Il misterioso intermediario, Einaudi 2003), sorta di storia romanzata del pianista e direttore d’orchestra Igor Markevic che soltanto nelle ultime pagine s’affaccia a un ipotizzato incarico di mediazione durante il sequestro Moro. Il libro, che non nasconde molte approssimazioni nel condurre l’inchiesta, sia rispetto a una storiografia politica sia rispetto a un confronto con l’apparato processuale e bibliografico della questione Moro, ha il merito di scavare nelle radici dell’esoterismo e della massoneria (a partire dal clima culturale parigino dei primi decenni: dal simbolismo alle avanguardie storiche) e di incrociarlo sia ai salotti romani degli anni 60 sia a una certa matrice anglofila di consulenza e critica d’arte del dopoguerra. Questo libro che porta alle più oscure conseguenze le correlazioni tra Massoneria, Servizi segreti e personaggi di governo, indagate da Flamigni trova come antagonista l’analisi controcorrente di Satta (Odissea del Caso Moro, Edup 2003), il quale, grazie ad anni di ricerche documentaristiche nelle commissioni stragi, cerca di provare il più possibile la correttezza della posizione della magistratura e della giustizia di Stato, minimizzando sia gli aspetti esoterico-simbolici di tutta la questione sia un’ulteriore responsabilità (oltre a quella accertata in fase processuale) delle cariche politico-governative insediate all’epoca nel Palazzo.