Non vi è alcun dubbio sul fatto che la cosiddetta fase neorealistica della filmografia di Luchino Visconti non possa essere ingabbiata rigidamente in un’analisi che si esaurisca in una constatazione superficiale di eventuali componenti contenutistiche e ideologiche tipiche del cinema italiano degli anni quaranta.
Visconti fu prima propulsore geniale e poi “frequentatore” del neorealismo in forme sempre diverse e innovative.
Notoriamente si attribuiscono al periodo neorealista di Luchino Visconti tre lungometraggi: Ossessione del 1943, La terra trema del 1948 e Bellissima del 1951.
Così, in base a quanto sopra sostenuto, è opportuno affermare come fra i tre titoli appena citati esistano certamente dei punti di contatti ma anche elementi di divergenza che vanno individuati con chiarezza.
Se Ossessione, film girato in pieno periodo fascista, viene considerato da molti come il primo esempio di rivoluzione neorealista in ambito cinematografico, La terra trema sembra essere un’opera ideata ed elaborata in funzione di un’ortodossia marxista molto ben delineata. Bellissima, invece, conclude questo periodo con una riflessione amara, dalle connotazioni fortemente umane, sul mondo del cinema e sull’Italia che tenta disperatamente di riprendere quota dopo il disastro di venti anni di sciagurata dittatura e una guerra disastrosa che ha completamente devastato il paese.
Il lavoro sul set relativo a Ossessione ebbe inizio nel 1942, dopo un periodo di gestazione all’interno di un gruppo che faceva capo a “Cinema”, rivista di regime, diretta da Vittorio Mussolini, che però “lasciò spazio” a un manipolo di critici-cineasti i quali immaginavano una cinematografia nuova in contrapposizione alla futile e vuota estetica dei “telefoni bianchi”. Questo nuovo progetto, a cui parteciparono in vario modo personaggi come Giuseppe De Santis, Antonio Pietrangeli, Gianni Puccini, Alberto Moravia, Pietro Ingrao, era ispirato a un romanzo di James Cain ed era il terreno narrativo ideale per mettere in pratica quella tendenza espressiva “rivoluzionaria” che guidava il pensiero e lo sguardo di Luchino Visconti.
Certamente, Ossessione ha rappresentato una violenta cesura nei confronti di un cinema vacuo, propagandistico e senza sostanza. Visconti portò la macchina da presa lungo il Po, in un’ambientazione popolare, tra il fiume e poveri “spacci”, caratterizzata dalla presenza di individui apparentemente distaccati dalla realtà ma in verità “figli” di una condizione umana tragica, disperata. La storia del vagabondo Gino (Massimo Girotti) e della sua amante (Clara Calamai), i quali distruggono la loro vita a causa del denaro, è emblematica e fotografa un’Italia stracciona che faticava a trovare una dimensione esistenziale accettabile.
Se da un punto di vista narrativo e visivo le caratteristiche del neorealismo sembrano perfettamente rispettate non altrettanto viene fatto sul piano dello stile, estremamente moderno per l’epoca ma non esattamente aderente a taluni dettami espressivi. Tali forzature (movimenti di macchina, virate romantiche) contribuiscono ad esaltare gli aspetti lirici del lungometraggio che comunque rimane un esempio di attenzione poetica nei confronti della gente comune del dopoguerra italiano.
Dopo qualche anno di pausa (a parte la partecipazione come co-autore al documentario intitolato Giorni di gloria – 1945), nel 1948 (finita ormai la guerra e passato attraverso le vessazioni dei fascisti), Luchino Visconti affascinato enormemente del mondo arcaico, quasi mitico, di Giovanni Verga e de I malavoglia, decise di portare avanti un progetto che facesse riferimento al capolavoro verghiano. Sostenuto dal Partito Comunista Italiano, nacque così La terra trema, film che in un primo momento avrebbe dovuto essere una trilogia sul tema dei lavoratori siciliani e che poi divenne semplicemente il racconto dell’epopea dei pescatori della Sicilia orientale, un popolo di sottoproletari sfruttati che attraverso la figura di ‘NToni Valastro, un giovane pescatore, cerca un riscatto umano e sociale nel tentativo di emanciparsi rispetto ad una vita schiavizzata.
La terra trema è senza dubbio il capolavoro di Luchino Visconti; il film che più di ogni altro può essere ricondotto a quella logica neorealistica che affonda le sue radici in un marxismo che guarda alla liberazione dei sottoproletari dal giogo di chi controlla il commercio/possesso dei beni fondamentali utili alla sopravvivenza. Come sostiene Lino Miccichè nel suo importante saggio Visconti e il neorealismo (Marsilio, 1990) è chiaro come “il realismo viscontiano de La terra trema abbia modeste dimensioni psicologiche e ridotte ambizioni sociologiche, puntando invece più ad una esemplare epica antropomorfica che a una costruzione romanzesca”. Miccichè coglie in pieno la sostanza poetico-espressiva di questo capolavoro e da forza a questa sua tesi dopo aver analizzato minuziosamente la natura linguistica di ogni inquadratura del film. Pochi primi e primissimi piani e inquadrature definite “psicologiche” compongono le sequenze de La terra trema mentre innumerevoli sono le mezze figure e le immagini in cui Visconti non cade nell’errore di esaltare in maniera semplicemente naturalistica il selvaggio paesaggio marino del villaggio di Aci Trezza.
Sempre facendo riferimento al fondamentale studio di Lino Michichè è necessario evidenziare come La terra trema sia “l’unico film italiano del primo dopoguerra che non prospetta conciliazioni, non illude di vittorie” (‘Ntoni dopo la sua rivolta al sistema è costretto a ritornare a chieder lavoro ai suoi “sfruttatori”) non consola con false certezze, non preannuncia svolte celestiali”. Si tratta dunque di un’opera amara e lucida, che fa emergere dall’oblio la bellezza arcaica del mondo siciliano ed evidenzia la voglia di cambiamento e di liberazione che albergava in quell’epoca nei figli del popolo, sfruttati ed emarginati.
L’esperienza neorealistica di Luchino Visconti si conclude con Bellissima, opera in cui il regista milanese lavorò con Anna Magnani (la dirigerà nuovamente in un episodio di Siamo donne – 1953).
La vicenda che prende spunto da un soggetto zavattiniano racconta le disavventura di una madre romana popolana e della sua figlioletta costretta a fare dei provini per il cinema.
Lo sguardo di Visconti sul mondo della celluloide è terribilmente caustico. Raffigura, infatti, un universo di individui cinici e di truffatori che speculano sulle aspirazioni umanissime della povera gente. Fulcro del racconto è ovviamente Anna Magnani la quale riesce a disegnare un personaggio di grande spessore umano in grado di cedere disperatamente al sogno del cinema e poi di respingere con dignità incredibile le successive lusinghe di un mondo privo di scrupoli e per certi versi umanamente corrotto.
Bellissima è un’opera che descrive con precisione il percorso di acquisizione di una dignità popolare che non deve inquinarsi e deve respingere i “favori” di classi sociali che non comprendono quanto possa far male illudere chi affronta l’esistenza in una lotta quotidiana per la sopravvivenza.
Bellissima racconta un universo semplice fatto di persone candide e inermi che cercano un loro posto in una società lanciata verso una crescita economica e sociale che emargina sempre più il sottoproletariato.
Dopo questo lavoro, a parte l’episodio di Siamo donne, tre anni di riflessione. Poi, un nuovo capolavoro: Senso.