E’ difficile trovare ancora qualcosa di nuovo da dire su Roberto Rossellini. Eppure ripercorrere il controverso rapporto che questo grande cineasta ha avuto con la critica cinematografica del nostro paese e con la sfera della politica può ancora offrire qualche spunto di riflessione.
Se si analizza con una certa attenzione il lavoro dei critici italiani, dall’epoca della rivista di regime «Cinema» per finire con gli ultimi articoli scritti in occasione delle produzioni degli anni settanta, è possibile accorgersi di un costante e, praticamente, interminabile sfasamento di giudizio anche se non generalizzato.
In particolare, colpisce oggi una certa miopia da parte della critica di stretta osservanza marxista che non gradì l’evoluzione rosselliniana successiva alla trilogia neorealista composta da Roma città aperta, Paisà e Germania anno zero.
In diverse occasioni, Rossellini fu definito negli anni cinquanta e sessanta conservatore; in qualche caso addirittura reazionario. Fu accusato di un eccesso di attenzione verso forme di spiritualismo e religiosità che evidentemente, secondo i suoi detrattori, inquinavano la poetica realistica del cinema che l’aveva lanciato nel panorama italiano e internazionale.
Nel 1960, il suo film Viva l’Italia venne duramente stroncato da Tommaso Chiaretti, critico de L’Unità e ciò innescò un sorprendente rapporto epistolare niente meno che con Palmiro Togliatti. Rossellini mostrò in quell’occasione di cercare, seppur polemicamente, un rapporto intellettuale con la politica, e in particolare con la sinistra, e non esitò, per tale motivo, a dialogare con una figura centrale del comunismo italiano su temi culturali di grande spessore.
Roberto Rossellini però non fu mai organico a nessun movimento politico e non cadde mai nell’applicazione di rigidi ideologismi.
Proprio questa sua libertà, questo suo particolare individualismo intellettuale fu visto come un elemento poco chiaro, sfuggente, dunque incomprensibile. Anche per questo suo atteggiamento, la critica è sempre sembrata un po’ in ritardo rispetto alle svolte espressive che hanno caratterizzato la sua filmografia, non riuscendo a cogliere fino in fondo e con immediatezza il valore cinematografico di queste svolte. La sua libertà gli permise anche di lavorare nell’ambito della cinematografia fascista senza compromettersi con il regime.
Rossellini, di fatto, non aderì mai al fascismo e non prese mai la tessera del PNF. Anzi, probabilmente è possibile definire il Rossellini della fine degli anni Trenta e dei primi anni Quaranta sostanzialmente apolitico.
E’ proprio il periodo della guerra che provocò nel cineasta romano una sorta di presa di coscienza che lo portò in maniera nettissima dalla parte della Resistenza e degli antifascisti e a stringere rapporti umani e di amicizia con esponenti del Partito Comunista Italiano.