I dati relativi all’afflusso di pubblico nelle sale italiane durate la prima metà del 2005 sono inequivocabili: 9.260.000 spettatori in meno del 2004. Crisi nerissima, drammatica. Se valutiamo questi numeri non tenendo conto dell’intera storia della fruizione dello spettacolo cinematografico, e in particolar modo delle tendenze degli ultimi dieci anni, sembra non esserci alcuna speranza. Eppure, molte sono le riflessioni che è possibile fare.
Per prima cosa, bisogna ricordare che la crisi dell’industria del cinema non è certo solo un problema dei nostri tempi. Si tratta di fenomeni ciclici che si ripetono e si dilatano in special modo nei periodi di transizione tecnologica e recessione economica.
Recentemente, l’avvento del dvd e il crescente uso delle varie compressioni digitali ha certamente sottratto pubblico alle sale: uno schermo al plasma da cinquanta pollici o un buon videoproiettore, un lettore di media qualità e un sistema audio home-cinema commerciale possono garantire una dignitosa, e soprattutto comodissima, visione casalinga. Dunque, lo spettatore può anche scegliere di non uscire di casa evitando di dover sopportare il vicino dei sedia che mangia popcorn, parla al cellulare o commenta ogni sequenza a voce alta.
Questa realtà però non è sufficiente a spiegare il tunnel imboccato dallo spettacolo filmico per quel che riguarda il grande pubblico, poiché andando a scavare ci si può accorgere di una questione fondamentale: a parte la pirateria, la responsabilità è chiaramente dell’industria cinematografica stessa, la quale nel tentativo di diversificare i propri prodotti, e nella volontà famelica di accaparrarsi enormi fette di mercato, ha creato un “sistema cinema” poco equilibrato, ipertrofico nelle sue diramazioni periferiche e per certi versi “dopato”.
Ma andiamo con ordine. Chi produce dvd e li distribuisce a ritmi sempre più serrati, e solo dopo poche settimane dalle prime, sono in genere le stesse majors che lamentano la crisi. Bisognerebbe dunque, prima di allarmarsi, accertare quanto l’aumento dell’uso del formato digitale casalingo abbia in realtà compensato i mancati introiti delle sale cinematografiche. Altra questione: ci si è mai concentrati abbastanza (parliamo degli addetti ai lavori) sulla qualità, anche delle pellicole commerciali, sempre palesemente squallide e poco appetibili per un pubblico che a causa dell’enorme massa di immagini che metabolizza è ormai in grado di riconoscere il prodotto ben fatto dal film senza sostanza?
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Per quel che riguarda casa nostra entrano in gioco anche due altri macroscopici elementi:
1) lo strapotere commerciale di pochissime aziende che hanno costruito un rigido meccanismo basato sulla filiera monopolistica “produzione-distribuzione-promozione-esercizio-dvd” e la controproducente proliferazione di schermi e multiplex.
2) Qual è il risultato di questa politica? Presto detto! Vengono realizzati film simili e di modestissimo livello, già concepiti per la fruizione televisiva e digitale. Il cinema italiano professionale, medio e libero, non esiste più mentre quasi tutto il mercato è occupato da titoli conformistici che lo spettatore sembra non accettare più. Tale tipo di pellicola impera nelle multisale abbassando paurosamente il livello dell’offerta commerciale. Questo particolare è la prova che la vertiginosa crescita del numero degli schermi, come qualcuno ingenuamente ha sostenuto in passato, non è direttamente proporzionale alla sana e libera diffusione di prodotti diversi. Anzi, in tempi recenti abbiamo assistito ad un fenomeno evidente: tutte le sale proiettano gli stessi film, non venendo incontro ad un pubblico curioso e attivo ma semplicemente inondando il circuito di titoli che devono essere smaltiti.
Questa è niente altro che la logica degli ipermercati. E finché non ci si renderà conto che il film non è una merce come tutte le altre, il declino dello spettacolo cinematografico continuerà inesorabilmente.