“Solo è chi manca, e perciò ritorna”. Così, Carmelo Bene si poneva nei confronti del problema dell’esistenza. Proprio con la sua scomparsa, avvenuta nella sua casa romana tre anni fa (16 marzo 2002), il più grande e discusso attore italiano di tutti i tempi ha “cantato” definitivamente la sua vita, affermando la sua non presenza con la soavità e la purezza di un tenore che chiude con una romanza il sogno di un’esistenza.
La sottrazione, il “depensamento”, la volontà di annullare il senso, la consapevolezza di quanto siano ridicoli gli esseri umani e le loro futili categorie. A Carmelo Bene non interessava quello che definiva il “teatro dei questurini”. Non sopportava le regole. Il suo è stato sempre un tentativo violentemente parodistico di interferire, di sfregiare il sistema, riconducendo tutto alla vera sostanza della tragedia, cioè all’inattuabilità grottesca del compiersi di ogni tragedia.
In questo modo, Bene ha attraversato il Novecento. Ha svolto eroicamente la sua funzione di iconoclasta ed ha cercato, attraverso la forza destabilizzante del suo lucido delirio, di porre il mondo dell’arte di fronte al vuoto, al nulla che alberga dentro ognuno di noi.
Intorno alla sua centrale figura di artista e (de)pensatore è stata organizzata una mostra-percorso negli spazi della Casa dei Teatri, recentemente inaugurata a Roma. Si tratta di un evento che intende tenere vivo il ricordo di Carmelo Bene, non attraverso insulse celebrazioni ma continuando a studiarlo approfonditamente. La manifestazione denominata Carmelo Bene - La Voce e il fenomeno/Suoni e visioni dall’archivio si concluderà il 26 giugno 2005 dopo aver ospitato interventi di tutti i maggiori studiosi di teatro, cinema e filosofia che si sono interessati alla sua opera. Tra questi vi segnaliamo: Giancarlo Dotto, Piergiorgio Giacchè, Elisabetta Sgarbi, Enrico Grezzi, Carlo Freccero, Goffrefo Fofi, Jean-Paul Manganaro e Camille Dumoulié.
Quando ci si avvicina alla macchina attoriale C.B. (così amava definirsi) il rischio è quello di rimanere intrappolati in un labirinto inestricabile di intrecci linguistici, audiovisivi, letterari, musicali, filosofici e teatrali. Occorre, dunque, lasciarsi stordire dal suo mondo, assecondare le sue accelerazioni e le sue deviazioni, i rumori e i silenzi, le pause e le “allucinazioni”.
Il suo antiteatro, basato sulla voce e sulla cancellazione della storia, diciamolo con chiarezza, è stato odiato anche da gran parte della critica e sostenuto solo da pochi studiosi, e da alcuni filosofi, che hanno compreso di trovarsi di fronte a un genio non giudicabile secondo le leggi delle accademie e i fiscalismi delle sovrastrutture borghesi.
Così come il teatro, anche il suo cinema è stato un vero e proprio anticinema. Cinque lungometraggi tra il 1968 e il 1973, un corto ancora visibile (Hermitage – 1968), un documentario (Barocco Leccese – 1968) e altri brevi film scomparsi, vaporizzati.
“Il cinema è morto. Filmato per sempre. Non è filmante”. In questa frase celeberrima pronunciata circa venti anni fa, Carmelo Bene riuscì a condensare il suo pensiero sull’arte cinematografica, disciplina su cui si buttò con il suo solito furibondo ardore per poco tempo realizzando almeno tre capolavori: Nostra Signora dei Turchi (1968), Don Giovanni (1971) e Salomé (1972).
Bene diceva di detestare il cinema, così come il teatro e l’arte in genere. Cercò disperatamente di trasportare il linguaggio audiovisivo verso mari in tempesta, verso luoghi dove nessun cineasta aveva mai osato spingersi. L’impossibilità di filmare, il desiderio di andare oltre l’immagine, di eccedere il cinema, di deprogettarlo”.
I suoi film contengono migliaia di brevissime, convulse e incontrollabili (quasi subliminali), inquadrature che determinano un ritmo di montaggio assolutamente musicale, parossistico. Tutto si disperde poeticamente in un ritmo convulso e contraddittorio, nella negazione del racconto filmico e dei codici, in un eccesso espressivo che fa emergere la musicalità nascosta del linguaggio visuale. Ciò che gli interessava era “evocare immagini” ed essere contemporaneamente dietro e davanti la macchina da presa, in una sorta di danza esasperata, vero e proprio turbine registico-interpretativo. Ma soprattutto intendeva operare criticamente nella fase del montaggio, operazione tesa a decostruire piuttosto che a costruire.
La sua esperienza registica, pur esaurendosi in cinque episodi (girò anche Capricci nel 1969 e Un Amleto di meno nel 1973), è stata per il mondo della settima arte una sorta di purificante infezione, una virulenta azione di destrutturazione che ha dimostrato la fragilità dei codici linguistici, la loro sostanziale inutilità.
Il suo rapporto con il grande schermo fu caratterizzato solo da qualche altra partecipazione in qualità di attore. Tra queste vogliamo ricordare la sua presenza nella trasposizione pasoliniana dell’Edipo re (1967), film nel quale ricoprì il ruolo di Creonte, e nel film sperimentale di Mario Bròcani, Necropolis (1970).