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    Donnie Darko e i viaggi nello spazio-tempo  di Paolo Marocco       Gli altri Dossier

Il cinema dei cunicoli

In un racconto di Stephen King, da cui nel 1995 era stato tratto un lungo film tv (I langolieri di Tom Holland), i passeggeri di un aereo si addormentano durante il volo, e, in questa breve pausa sonno, entrano in un varco spazio-temporale. King risolve astutamente la situazione presentando le vicende successive (a partire dall’atterraggio in un metafisico aeroporto deserto) come quelle di un presente apparentemente normale, ma con qualche dettaglio differente, dettagli anonimi ma inquietanti nella loro surrettizia possibilità di suscitare terrore: il cibo manca di sapore, i fiammiferi non si accendono e, in lontananza, si avverte uno strano brusio masticatorio costante e insistente. Si scoprirà che i passeggeri sono caduti in una zona morta, immediatamente precedente il presente, ma non appartenente a nessun tempo (i langolieri sono le strane creature che divorano il tempo trascorso, e poiché questo rappresenta ancora il futuro per i passeggeri in questione, sono avvertiti minacciosamente in lontananza). Contrariamente al classico viaggio temporale dove il passato del viaggiatore viene inserito nel presente del passato di tutti gli altri (si pensi a Michael J. Fox di Ritorno al futuro: quando cambia tempo si trova in contatto diretto con i rappresentanti di quel tempo, con il rischio di incontrare l’altro se stesso che vive già lì), quello di King non confonde i due piani: il tempo del viaggiatore è il tempo potenzialmente candidato a diventare presente, non è un passato reale ma un passato in attesa di diventare (un concetto molto agostiniano). Ovviamente, nella quotidiana scansione temporale, non è abitato da nessuno, se non dalla potenzialità degli eventi e degli oggetti, con, in più la geniale intuizione di esseri estranei alla Storia, e forse al Tempo, che inghiottono i residui del presente che è appena trascorso, e che, nel momento di contatto con l’attualizzarsi del presente dei viaggiatori, si mangerebbero pure loro…

In Donnie Darko il gioco è un po’ diverso, sebbene altrettanto particolare nel panorama ortodosso dei viaggi spazio-temporali. Anche per Donnie il cunicolo spazio-tempo si apre in un aereo di linea, durante un viaggio ordinario, ma a viaggiare nel tempo non è lui, in prima istanza, bensì il motore stesso dell’aereo che fugge dal suo destino propulsivo sotto l’ala protettiva della normalità, per tornare indietro, e staccarsi letteralmente dall’aggancio materno (i riferimenti sarebbero infiniti, perché sull’aereo viaggia proprio la mamma di Donnie: li evitiamo, una lode allo sceneggiatore per averli resi consistenti e poco evidenti). Poiché però l’aereo è ormai in volo, il fatto genera una caduta libera e una deflagrazione al suolo: il malcapitato è proprio lui, Donnie Darko, che a sua volta fa un viaggio a ritroso per far coincidere il suo destino con quello del motore. O meglio, per essere più corretti, non fa nessun viaggio, ma aspetta nel suo passato questo evento che ha previsto nel preciso presente dell’aereo. Per cui è un po’ come se programmasse il proprio passato: attende nel passato, crea una coincidenza scartando quella che è già successa.

Tutti e due, Donnie e il motorone a reazione (che è bello grosso: quanto la villa dove vive Donnie, una specie di seconda casa di morte) si incontrano nello stesso punto e nello stesso luogo. Crash.

Perché è diverso dal solito schema spazio-tempo? Perché il viaggiatore temporale classico va avanti e indietro nel tempo. Quando va indietro è per cambiare gli eventi (dal passato verso il futuro) e non per ritrovare nuovi eventi che ha programmato dal futuro. E già questo spiazza. In più narrativamente il regista ha proprio la soluzione giusta: fa un film normale, dico normale rispetto alla scansione spazio-temporale, in cui è vero che ci sono strani deliri qua e là: il coniglione mannaro che sembra venire da un altro mondo, il protagonista un po’ fulminato e dissociato che prevede il futuro… però tutto procede per il verso corretto degli eventi, prima della fine del film: c’è un prima e poi un dopo, e si va avanti. Nulla lascia presagire un viaggio temporale, o meglio, sì, ci sono degli indizi, ma fanno presupporre un viaggio che possa magari cambiare il futuro. Invece no: il viaggio arriva esattamente alla fine del film (contrariamente a tutti, o almeno al 99% di racconti e film di fantascienza) e cambia un unico evento, che però presuppone il cambiamento di tutto il mese che il film ha già narrato. Non è nemmeno male, da questo punto di vista, la citazione lynchiana di Blue Velvet, che in altri casi sarebbe stata rischiosa e pesante. Qui no, perché, in tutto questo impasto di destino, predestinazione e viaggi, ci sta bene la sensazione che la ragazza e la madre di Donnie si scambiano da lontano, come se si conoscessero, come se si fossero conosciute in un mondo parallelo, cosa che è propriamente avvenuta. La citazione non fa altro che proporre una trascrizione, in termini diciamo di coerenza narrativa e di semplificazione fruitiva, dei parallelismi e delle circolarità di Lynch, spesso di carattere evocativo e non logico (rispetto alla logica del racconto, a volte non rintracciabile se non come mille possibilità).

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L’aspetto più interessante di Donnie Darko è proprio nella costruzione del plot che spiazza, come spiazzava quello de Il sesto senso, dove però il parallelismo tra Willis e il mondo ordinario era diverso: lui morto non interagiva ma sembrava allo spettatore che interagisse. Shyamalan, il regista, giocava più con i trucchi visivi del mezzo filmico, mentre in Donnie le interazioni tra i vivi e i morti avvengono nelle ipnosi e nei sogni del protagonista: non c’è inganno per nessuno, è solo una facoltà che lui possiede e che il mondo è libero di interpretare come verosimile o meno. E che crea la suspense opportuna per lo svelamento finale. Riprendendo il confronto con i langolieri di King, il tempo morto e congelato dei viaggiatori nel racconto del maestro dell’horror è rappresentato anche come una fuga dal presente che incombe, e un tentativo per non farsi distruggere dal passato.  Anche Donnie ha una strizza boia del presente, infatti vive male e si rifugia nel suo mondo parallelo (onirico e non), ma, al contrario delle pedine dei langolieri, riesce a capire il proprio destino, o meglio riesce a sacrificarsi per un miglior destino delle persone che ama, cacciandosi a capofitto nel passato per eliminarsi…

Il tema del viaggio nel passato come possibilità di re-iniziare la propria vita (abbiamo visto che non è il caso di Donnie, il quale si tuffa di testa direttamente sugli scogli), cancellando quindi il trascorso, magari per cambiarlo o per ripeterlo, può avvenire anche nell’ipotesi solo mentale. E’ questo l’approccio di Se mi lasci ti cancello, in cui il viaggio temporale consiste nell’eliminazione dalla memoria di un intervallo della propria vita, in modo tale che la ripetizione di un avvenimento possa venire avvertita come se apparisse per la prima volta. Il tempo oggettivo ed esterno continua a trascorrere linearmente, mentre quello della memoria del soggetto ha dei salti, dei buchi (ma questo è tipico di ogni viaggio temporale: è solo il tempo del viaggiatore a cambiare, da cui la divisione in tempo soggettivo e oggettivo, con il primo sempre in pericolo di dissociazione, come ben manifesta sempre Willis in L’esercito delle 12 scimmie).  Se mi lasci ti cancello utilizza abilmente questa cancellazione, eseguendola su due soggetti, un uomo e una donna, che finiscono per dimenticarsi e ritrovarsi, ma con qualche disallineamento e con diverse consapevolezze. Ma in questo caso c’è una terza componente: il destino, che sembra vivere di vita propria, né appartenente al tempo oggettivo, né a quello soggettivo… anzi, sembra fare di tutto per eliminarlo…

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Se mi lasci ti cancello
Alterna i flashback ai ricordi ma, pur nel suo non facile gioco ad incastro, conduce lo spettatore ad esplorare i mendri più profondi della mente, territorio misterioso e affascinante che, rivela il suo lato cinematograficamente meno illuminato, quello della sorgente complessa dell’essere

Mulholland Drive
La struttura è geometrica, ad anello, l’ironia deformante e velenosa la parodia del potere hollywoodiano: orge, scambi sessuali e autocitazioni (Twin Peaks) ampliano oltre ogni limite il dileggio verso un mondo che non conosce la creatività, ma soltanto la ripetizione

Il sesto senso
Tutto avviene in una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, tanto che si fa fatica a separare la condizione degli uni rispetto a quella degli altri. Ma l'aspetto più sconcertante è la rivelazione finale che capovolge completamente il punto di vista che lo spettatore ha assunto per tutto il film

L'esercito delle 12 scimmie
Bruce Willis - criminale detenuto, picchiato, pestato, insanguinato, preso a calci, illividito, tumefatto, dolente - è l'esploratore in cerca di informazioni che viaggia attraverso il tempo



13-12-04
   
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