Cento anni dalla nascita, quindici dalla sua morte. Il fantasma di Salvador Dalì si aggira nel mondo della cultura contemporanea ma pochi, in realtà, ritornano a riflettere sulla sua opera e sul suo universo artistico. Dalì non è stato solo un pittore, un provocatore culturale e un intellettuale fuori dagli schemi. Il suo campo d’azione è stato più ampio di quanto si possa immaginare, tanto che anche il suo contributo alla storia del cinema non appare secondario.
Salvador Dalì nacque l’undici maggio del 1904 in una cittadina della Catalogna: Figueras. La sua era una famiglia dell’alta borghesia: padre notaio e madre timida e religiosa. Fin dalla più giovane età, Salvador dimostrò notevoli attitudini creative, tanto che alcuni suoi quadri, già sul finire degli anni dieci, vennero esposti. Proprio l’inizio della sua attività pubblica coincise con aspri scontri con la figura paterna che non condivideva gli eccessi espressivi del figlio.
Il giovane artista si trasferì così a Madrid, dove entrò in contatto con Federico Garcia Lorca e il futuro grande regista Luis Buñuel, con i quali stabilì un rapporto di amicizia intensissimo. Dopo varie vicissitudini, compreso un arresto e frequentazioni burrascose di alcune accademie artistiche, effettuò il primo viaggio a Parigi, città dove conobbe Pablo Picasso. Successivamente, durante un’estate passata in compagnia dell’amico fraterno Buñuel, portò a termine il progetto legato al film Un chien andalou (1928). A Parigi tornò nel 1929 ed entrò, grazie a Mirò, in contatto con il gruppo dei surrealisti (Magritte, Eluard, Breton, Aragon). Nell’estate del 29 Magritte, Buñuel, Eluard e la moglie di quest’ultimo, Gala, andarono a trovare il pittore catalano in Spagna. Fu in questa occasione che Dalì e Gala si conobbero e si innamorarono. Quando la vacanza volse al termine, Gala decise di rimanere accanto al suo nuovo amante, iniziando un sodalizio umano, economico sentimentale ed erotico, trasgressivo e altalenante, che si è concluso solo con la scomparsa della ex compagna di Eluard.
Salvador Dalì ha avuto con il gruppo surrealista un rapporto organico, tanto che fu tra i firmatari del Secondo Manifesto del Movimento. Svolse una funzione di propulsore espressivo-concettuale e conquistò André Breton, il padre del surrealismo, attraverso il suo metodo paranoico-critico. Il pittore fu propugnatore di una vita all’insegna dellalibertà totale, di una creazione artistica e di una elaborazione mentale assolutamente scollegate da schemi preordinati e moralistici. Proprio questo suo radicalismo lo portò nel 1936 ad un violento scontro interno al movimento che culminò in un processo che durò un’intera notte. Le accuse erano gravissime: cioè essere in preda all’ossessione (paranoica come disse lo stesso Dalì) della figura di Hitler. Questo eccesso non poteva essere accettato daisurrealisti, da sempre marxisti, fortemente legati al Partito Comunista Francese e sostenitori (almeno per un certo periodo) della rivoluzione del proletariato. Durante il processo, Dalì entrò in una sorta di delirio lucido, ebbe la febbre alta, giurò di adorare i proletari e disse di voler sognare di avere un rapporto sessuale con Andrè Breton. Questo evento, che segnò una sorta di distacco (anche se non ufficiale) dal movimento, determinò odi, rancori e lunghi silenzi. Nel 1939, poi, Breton decretò l’espulsione definitiva di Dalì dal Gruppo Surrealista, a causa di dichiarazioni politicamente scorrette di stampo razzistico. Ancora dopo molti anni, Dalì si definì, comunque, l’unico vero esponente del surrealismo.
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Dopo questo periodo si sviluppò per il pittore catalano una carriera ricca di viaggi, riconoscimenti, successi e, ancora, provocazioni, sperpero parossistico del suo patrimonio e follie di ogni genere. Si recò a Parigi per sfuggire alla guerra civile spagnola, quindi, con l’avvento del nazismo, Dalì e consorte (quest’ultima era di origini ebraiche) si trasferirono a New York dove rimasero per otto anni. In seguito (anche dopo il ritorno in Europa), vi furono mostre e retrospettive in tutto il mondo (a ripetizione) e si verificò una sorta di avvicinamento ad alcuni aspetti religiosi che portarono al matrimonio religioso con Gala. Vi fu anche la pubblicazione di vari libri e, più tardi, la creazione del teatro-Museo di Dali, a Figueras.
In questo periodo la vita privata di Dalì fu contraddistinta da un deterioramento del rapporto con Gala, la quale aveva numerosi amanti (pare fosse in preda ad una feroce ossessione sessuale). La donna, oltretutto, gestiva tirannicamente, nonché in maniera spregiudicata, gli aspetti economici dell’attività del marito; a peggiorare l’immagine pubblica dell’artista anche l’atteggiamento filofranchista da lui assunto, atteggiamento che ovviamente venne molto discusso e criticato a livello internazionale.Il 1975 fu l’anno della presentazione del suo film Impressioni dell'Alta Mongolia, con la co-regia di José Montes-Baquer, ma i suoi tentativi cinematografici, oltre alla collaborazione con Buñuel negli anni venti e con Hitchcock negli anni quaranta, hanno riguardato anche stesure di sceneggiature mai portate sul grande schermo, progetti non realizzati per i fratelli Marx e una pellicola, rimasta sulla carta, che doveva essere interpretata Anna Magnani. Nel ‘79 e nell’80 due grandi mostre a Parigi e Londra celebrarono la sua pittura. Nel 1982, invece un evento tragico: la scomparsa di Gala. Sette anni dopo, nel 1989, divorato dalla follia e dopo essere sopravvissuto ad un incendio, la morte pose fine al genio paranoico e al delirio esistenziale di Dalì.