Mantenere vivo il ricordo della Shoah è un dovere da parte della società contemporanea. Il pericolo che questo terribile accadimento, fenomeno maligno che ha irrimediabilmente macchiato la storia del XX secolo, venga rimosso è purtroppo in agguato.
Il Giorno della Memoria, istituito da qualche anno in Italia, è dunque un contributo giusto ed importante che può aiutare anche i cittadini più distratti a confrontarsi con un dolore che non deve essere cancellato.
Il cinema è stato, ed è tuttora, sensibile riguardo a questa tematica, anche se con esiti non sempre esaltanti, sia dal punto di vista della ricostruzione storica che da quello più specificatamente “artistico”. Il tentativo di rappresentare attraverso il linguaggio della realtà un evento caratterizzato da una sorta di perdita di coscienza collettiva, di delirio lucido, di irrazionalità logica ha, infatti, molte volte dovuto scontrarsi con l’impossibilità oggettiva di raccontare in modo attendibile le folli azioni (e le mostruosità ideologiche) che hanno portato al genocidio del popolo ebraico.
Così, se si analizza con attenzione il rapporto tra cinema e Shoah ci si può accorgere come la creatività di molti registi abbia subito una battuta d’arresto proprio per la chiara difficoltà di affrontare una materia di fatto non rappresentabile. Esempio lampante di quanto abbiamo appena affermato è La vita è bella, opera di Roberto Benigni che, pur avendo meriti divulgativi indubitabili, è contraddistinta da una scelta espressiva fiabesca, quasi leggera, che può aver creato fraintendimenti nel pubblico dei giovanissimi a cui mai, precedentemente, era stato spiegato cosa era avvenuto durante la seconda guerra mondiale.
Se vogliamo concentrare il discorso solo sui titoli che realmente hanno messo a fuoco l’indicibile dramma della Shoah è necessario rivolgerci verso quegli autori che, anche per motivi personali, sono riusciti a cogliere la sostanza delle farneticazioni naziste, e le relative conseguenze di queste farneticazioni sul mondo ebraico. Tra questi, senza dubbio, dobbiamo citare Roman Polanski, cineasta polacco che solo nella fase più recente della sua carriera ha trovato la forza di narrare la sua tragedia di bambino ebreo fuggiasco e clandestino nella Polonia occupata dai nazisti. L’ha fatto portando sul grande schermo, nel 2002, un libro (Il Pianista) di Wladyslaw Szpilman, musicista ebreo che ha incredibilmente vissuto un’esperienza molto simile a quella dell’autore de “L’inquilino del terzo piano”. Altro lavoro da tenere presente è ovviamente “Schindler’s List” (1993), lungometraggio di un regista ebreo, Steven Spielberg, che ha trovato in questa operazione la sua massima ispirazione poetica. Schindler’s List è un grande angosciante affresco del genocidio popolo ebraico ma anche il racconto ben scandito della presa di coscienza di un individuo che, salvando migliaia di innocenti, cercò evidentemente un riscatto interiore che si contrapponesse positivamente ad un’intollerabile colpa collettiva, generata da quelli che lo storico David Jonah Goldhagen ha definito in un suo saggio “I volenterosi carnefici di Hitler”.
Tra gli innumerevoli lungometraggi che hanno segnato la storia del cinema dedicato alla Shoah un posto significativo è occupato da “La passeggera” di Andrzej Munk (1963), “Notte e nebbia” di Alain Resnais (1956), “Kapò” di Gillo Pontecorvo (1960), “Il giardino dei Finzi Contini” di Vittorio De Sica (1970), “Arrivederci ragazzi” di Louis Malle (1987) e “Amen” di Costa Gavras (2002).
Ma se proprio dovessimo indicare una sequenza, a nostro avviso geniale, in grado di descrivere con precisione cosa sia stata veramente la Shoah dobbiamo fare riferimento al brano d’apertura di “Mr. Klein”, capolavoro di Joseph Losey del 1976.
In questo prologo durissimo ed agghiacciante, caratterizzato da una luce gelida e da un clima narrativo straniante, un medico nazista visita una donna per stabilire se possa essere definita ebrea oppure no.
Ebbene, questa sequenza riassume in poche inquadrature non solo la pazzia dei nazisti ma anche le assurde, vergognose e pseudoscientifiche teorie razziali che portarono all’applicazione della soluzione finale. E’ una scena kafkiana, inquietante e dolorosa, che stigmatizza attraverso un’acuta operazione stilistica idee che vorremmo considerare definitivamente cancellate dalla faccia delle terra. Eppure, così non è, poiché il pericolosissimo virus dell’antisemitismo stenta ad essere debellato, al punto che, ancora oggi, torna in attività con improvvise e preoccupanti fiammate.
Dunque, non solo il cinema, come strumento di comunicazione, ma anche la società civile deve rimanere vigile, perché ciò che è avvenuto sessant’anni fa non si verifichi mai più.